Laundrette

Spin machines
Of sweaty clothes
Resin and summer rains
In this day subtracted
To stressful
Routine.
Listening to the feeble wind
What to intermittent moments
Messes up the branches of the trees : i am naked
Pour into a waterfall of blood.
Welling dried crusts and lumps. It fills me with the entrails torn, resting on your thighs.
Struck by
Rills tired of emotions
dry on other blood
Until all that i am-
In an instant,
In a beating of wings of a gull,
Upon the death of an insect, the legs
Limp and wings off,
-is blood and death and joy drowned held pressed against the stride of tenderness.
And the washers stops
The clean clothes …
Everything ceases.


Lavanderia

Girano le macchine
Di indumenti sudati
Di resina e piogge estive
In questo dì sottratto
Alla stressante
Routine.
Ascolto il flebile vento
Che ad intermittenti momenti
Scompiglia i rami degli alberi: sono nuda.
Riversa in una cascata di sangue.
Zampilla croste secche e grumi. Mi riempie le viscere lacerate, poggiate sulle cosce.
Percossa da
Rivoli di stanche emozioni
Lasciate asciugare su altro sangue
Finché tutto ciò che sono,
In un attimo,
In un battito d’ala di un gabbiano,
Alla morte di un insetto, le zampette
Afflosciate e le ali spente,
È sangue e morte e gioia affogata tenuta premuta contro l’incedere della tenerezza.
E le lavatrici si bloccano
I vestiti puliti…
Tutto cessa.


If I’m seaside

If I’m seaside
Wearing a coat of trembling
Stars whom seen the end of
Dynasty – soft shores, seagulls
Freedom in a rush of white wings, the touch of agonized, salty fear
To drowning instead flying
Where my abused love called my name -
And tears, and joy, and what can I see trough the embrace of the day.
If I am, if I’m not, would you just
Hold me where I’m not afraid anymore
To feel compassion to myself that
Shake for fear when the light
Ends as circle of pure sensation
And explode into my waves, within this seaside…
If has sense… This sea…
That keep singing my freedom, at last.


Soffocare

Questo soffitto biancoE le grida gremite di una Stanchezza che ha un’orbita Distante secoli Questi soffitti bianchi Soffocano e mi fanno bella Celano lo sguardo Disincantato, soffocanoL’incantata bellezza.
Sof-fo-ca-no. La parola muta e la letale E poi collassano su stelle Variopinte
Dove delle spalle si piegano,
E non so se sono le mie; le tue; quelle di nessuno.
Le soffocano quelle grida
In una notte da soffocare e nient’altro Nessun’altra parola, azione, strilla Allora strilla, parola: rigettami nel tuo fondo. Coltivami strozzami senza punteggiatura senza avere senso fino a che il rumore tace anch’esso soffocato nel suo stesso lordume di ritagli di universi nel sangue caduto a fiocchi come neve in un’estate mai avvenuta.
Senza senso come lo è il senso della vita: soffocato da altro – quando lo trovi, si è già nella tomba bianca,
Contornata da terra morbida, schiacciata dalla pesantezza di un immortale cielo terso.


Gira

Gira gira gira
Il vociare dei gabbiani
Gira
Dove non vola niente
Nella morte che reca dolore
In emozioni dischiuse
Raggomitolate
Dentro gli occhi
Gira gira
il pianto di chi ha perso voce
Cantando la melanconia lieve.


When the moon will be full

I’m been hold from
Currents
incandescent
Of the moon
From above branches of time
Besieged by the howling wind
Waiting for flock of rain
To cover me up.
The wolf inside of me
dig a fountain of wonder
Into womb
racing infiltrate in the stars
Where the sky
can not hide then
When the moon is full
Will fling and will run
When I am full
will write and will howling
The glory of eternal love.


Quando la luna sarà piena

Mi stringono
Le correnti
incandescenti
Della luna
Da sopra i rami del tempo
Assediati dal vento ululante
Aspettando il branco di piogge
A ricoprirmi piano.
Il lupo dentro di me
Mi scava una fontana di meraviglia
Nel grembo
E correndo si infiltra nelle stelle
Dove il cielo
Non riesce a celarle.
Quando sarà piena la luna
Scalcerò e correrò
Quando sarò piena
Scriverò e ululerò
La gloria d’eterno amore.


Il rumore della tua pelle

Il rumore della tua pelle
È come il passaggio
Immobile nel silenzio
Di stelle comete
Lasciate trafiggere dalle
Scapole
Dove un tempo ali
Di ogni colore
Ti sollevavano dagli esagitati
Diluvi.
Continuo ad ascoltare:
Mi celo nelle ombre
E ti ricopro di nebulose
Da cui gronda vita.


La musica

Se si spegnesse la musica
Di un attimo
Sulle strade affollate
Di un giorno
Che chiede al morso del tempo
Un altro brandello putrido
Cosa sentirei io?
Oltre la melodia suonata
Da quell’uomo,
Pare spezzato da ciò che suona
Ogni dì.
Allora seppellisco per un secondo
Le sue melodie e le sue dita
Dalle unghie sporche
E tutto ciò che mi arriva
Perforando i timpani
È la nenia che la vita
Di questo grigiore
Sottrae al sottosuolo
Ai tetti a punta,
Alle persone che divorano
Le mie espressioni – che siano dannate.
La dannazione per un pugno di sguardi: li sento aprire le cicatrici
Rimescolare il sangue e le ossa,
Un purea denso di ghiaccio.
Sento questo: il vento intona: e la musica dalle dita rapide ritorna ad invadermi,
Nel mio divincolante mutismo, bruciata dal sole.


Circondata dalle rose

A te, Fiorenza.
Poiché scriverti consiste all’espormi così duramente in me stessa, così in profondità che spande un male da rivoltarmi lo stomaco, raramente l’ho fatto da quando i tuoi petali sono sfioriti e non sento il tuo profumo attorno, sulla pelle, dentro il cuore.
Dicono: chi ci ama non ci abbandona mai. Certo che non ti ho mai lasciata andare totalmente, e non scrivo che tu lo abbia fatto, ma è anche vero che la morte sopprime col tempo i ricordi e mi accorgo col viso in fiamme, dentro una casa stravolta dal fuoco di un tormento senza anni, che a volte mi sforzo per ricordarmi la tua voce.
Che io, non ricordo la data della tua morte. L’ho eliminata. Estirpata dalla radice come un’erbaccia che non respira l’aria estiva sotto brucianti lame di sole.
Non voglio neanche ricordarla: rimembro solo la piega dei tuoi occhi, le lenti dei tuoi occhiali, le tue mani soffici, il tuo sorriso che mi donava il calore di una madre.
Avevo il tuo amore impresso dentro gli scorci aperti che la me bambina teneva aperti. In presagi di una solitudine che ho ricucito dalle cicatrici con le parole. Con la poesia.
Ma scrivere una lettera è così differente che mi manca la forza di muovere le dita. Come se avessi le articolazioni pregne di nostalgia, rammarico.
Cosa vorrei dirti, cosa vorrei scriverti?
Che eri il sole che illuminava la prima alba della mia vita. Che valevi i sospiri immensi di un innamoramento infinito. Che le tue ossa malate, sovrastate dal cancro che ti ha portata via, te le vorrei, ancora adesso, ricoprire di fiori che tu tanto amavi.
Che vorrei sapere se ameresti le poesie che scrivo e se saresti stata fiera di me alla presentazione del mio libro.
Perché se non scrivo di te, non è perché non ti penso; è perché è così doloroso da strappare senso alle parole, alla sostanza di quello che mi sta attorno.
Ti vedrò di nuovo e allora ti donerò ogni singolo residuo di parole che ho dentro – anche quando quel dentro, sarà vuoto.
Mi manchi zia. Così tanto che ti custodisco gelosamente nella mente, in giardino, circondata dalle tue rose, le innaffiavi con l’eleganza che ti portavi addosso come una seconda pelle.
Spero di essere stata una nipote degna di te.
Ti amo.

Anna


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