Il tuo male

Si centellina il sorso
Dagli alberi e le viole
Dell’amore sentitosi negato
Pioggia, tempesta,
Che toglie il vestito piano
Su ferite e l’inclinarsi di seta ed ossa
E lei,
Che accoglie in sé l’amore
Dell’intero universo,
Che lo desidera e brama
Fino al collasso della stessa sete,
Sospirando va’,
Ferma,
Sperduta come
La foglia invernale.
Si piega e martoria
Inalando le correnti,
Attraversando monsoni,
Perle e sabbia sotto i piedi
Volando tra stagioni
Abitando il male, abitazioni da riempire,
Il coltello da seppellire
A fondo
Dove la pelle sparisce ancora
Nella mente una carezza,
Un tremare di gioia: a te
Che pensi di dimostrare
A te la tua esistenza
Sparendo piano, muta,
In urla disumane
Ed io
Ho teso la mano aperta,
Ma non l’hai vista
Ed io ho teso l’anima
E inquieta l’ho vista sorseggiare
Gli alberi che ramificano dentro
Il tuo male.


Saturno

Ma Saturno
Mi fa perdere il controllo
Tra sbalzi di meteore
E siringhe in occhi
Che si fermano sul movimento
di treni persi
Fermate disciolte nel sole
alla condanna di sentire
Un soffio di beltà
Ridiscesa in inferno.


Niente è

Come trovare
Le parole
Quando, all’ultimo rintocco,
Gli arcobaleni tremano
E mi pervade
Una sensazione di bianco
Bianche ossa e spettro
Bianco mi racchiude stretto,
Rinchiuso nelle quotidiane agonie
Di attese smisurate
Tra cancelli d’oro e fiabe
E tirare a calci un sogno
Sfibrato
Aspettando Natale
Che Natale non è
Se non sento
Le campane ergersi all’alba
In alcuni ululati
Come perdersi,
Se già ho perso, sconsolato,
Il mio tutto per una vita
A cui appartenere niente è
Se non vengo trascinata giù
Affogata in chimici inchiostri
Senza più attese né fiabe
Senza più albe
Ma solo l’essere cementata viva
A questa vita
Che poi molto non è
Niente è.


Un sorso di paradiso

Dalle corde
Di vecchie, polverose
Chitarre
Alle sfilacciate tende
Emerge il suono delle cose
Rimbalzano a mezz’aria
Nella screpolatura dei suoi gomiti nudi
Incastrati in pagine voluminose
Di tomi
Andati a fuoco sul gas
Di nozioni e filosofia e fiabe
Rese cenere nell’incriminata
Sostanza del mondo
E se qualche volta
Lo suona la catastrofe,
Essa si rende lieta – fluttuante
Sul carpet macchiato di vino
cenere antica
D’una fiamma
Puramente volata in cielo
Miraggio di inferno lontano
Addormentatosi tra ciglia e divorante
L’inferma melodia.
Quei gomiti segnati
Di virgole e virgole
Che trovano nelle parole
Una sete mai sazia
Ubriachi dal bisogno di essere
Senza appartenere mai
Spaccandosi a metà
Sulle pause dell’amore inciso.
continua il suono ad emergere
Deridendo un reciso
sorso di paradiso.


Mi parlano

Mi parlano
Le ombre dei salici
Raggruppato l’ultimo sforzo
Di crollare e sfiorare il suolo
Imbevuto di tiepide lacrime
Quando, sterminata l’impazzita circostanza,
La pioggia mi porge una guancia
E nelle alte città dorate
Cui i frutti vengono sbatacchiati
Dalle melmose corse d’un inverno
Che trapela e sgocciola dalle ciglia
Della natura che mi respira attorno
Si fa muto il celarsi d’una tenebra
Ch’implora, attonita – Oh, vai, bellezza, dallo sterminarsi
Della tua ignobile ombra! -
E se dunque vedo
Sono lo stato delle cose
Della profetica parola
Il cui verbo differisce
La mia estasi infinita.
D’oro colato le aiuole e i portoni serrati
E i viali insudiciati di terrore
Persi come sono persa io
Senza la luce che m’ha donato
La sopravvivenza
Tetri i tetti, i cancelli,
Le finestre d’un sussulto d’alba
Lacerata al contare i giorni
Sospesi
Lasciati alla malora
Aspettando un barlume d’opaca sete
Con le dita intorpidite.
Svanisce la città e gli imbrogli
E i volti che amai al lume
Di follie vermigli
Cangianti cicatrici
Allo schiudersi dolce del giorno
Svanisco e sogno
La mia Bella
Coprirmi di terra e polvere
Sotto metri di amore
Alla preghiera
Che scioglie ogni sostanza vista e mai sfiorata,
“Poesia,
divorato il malanno che è la mia anima,
Sacra sia la vertigine del tuo bacio
All’ultimo rintocco della mia ora.”
Ed i salici e gli alberi sento cantare…


Il tremolio delle foglie

Si accalca il tremolio delle foglie
Nel silenzio della sera
In una sera di velluto e alberi,
Alberi che vorticano e riempiono
La mortale ricerca
Di petali sfioriti,
Attriti d’una testardaggine
Cui il nome mio
E tutto ciò che sono e so
ulula
Come un lupo bianco
Come questo silenzio e questa sera
“Ama”.


Dormire

Ho sospeso tanti piccoli frammenti di insonnia tra le pieghe delle tue palpebre assediate da stralci di ali di angeli caduti senza la misericordia della veggente notte.
Crolla desolazione dal gomito puntato sul letto di spine e atrofizzando un’incommensurabile oppressione danzi il regno del silenzio ovattato tra radici che solcano il volto d’Ottobre futuro.
E non dormendo s’accumula il travaglio del tormento tuo.


Dea

O mia Dea dallo scettro vermiglio
crocifizzata e destinata prostituta
dei più deboli e miserabili in amore
O Dea, stai morendo invano
tra i cataclismi della specie che tanto implora un
vagito tuo debole, o fiamma eterna, sacra
purché impura, dopo i nostri tocchi?
Ricoperta di corvi e spettri di antichi Grandi
ti sommergiamo infine in una melma che va’
spandendosi tra le ciglia dei tiranni
e scrosci di vetro ti coprono le labbra,
muta, nelle ore profane di nostra passione.
Tu che parli le mie lacrime
al suono delle acque e rivolte,
alla terra e a questo silenzio
che fa da scheletro agli alberi preparatosi per l’inverno
dimmi, mia Dea,
t’abbiamo lasciato logorare
in nome di cosa?
Dal paradiso a una parvénza alienante
di morte tremante
con ghirlande sul capo di fiori secchi e preghiere vuote?
Ma tu, Dea, ch’ogni sinistro sguardo
acciechi, ora apriti alla tenebra,
aprici alla sete, all’inganno di questa era,
Dea, e che infine il regno tuo sia tuo e degli innamorati
illuminati da una luna gravida di luce e vita.
Mia Dea Poesia concepita e bandita dall’umano
che impaurito non piange più per la svanita
bellezza
immortale
tua.


17.9.2014

Tintinnando
I canti degli alberi
Dove scheletri di rugiada
Ammiccano alla sazia pioggia
Quando ella,
Di profumo vestita,
La mia bambina,
Scalza va’ di fiore in fiore
Saggiando
Il lento sfiorire, pigro sotto
Le piccola dita.
E il sole si fa tenebra
Per le sue ciglia
Infilatosi sotto pelle
Di quel fiore luminoso
attorno a me, tutto
Passa, dalle catene di cemento,
Dalla nebbia ai tronchi ampi e grezzi,
Alla momentanea sospensione di un attrito inevitabile
Che invoca: “Va’, corri in me, amore.”
Quando si gira, e mi guarda,
La natura sospira e danza.
Il mio fiore luminoso


Only yesterday

Only yesterday I watched the line of fire of stars vomit slander of terror.
Today I watched the truth from a string of oversights
and a torrent of tears on the glimpses of blemished skin.
It colored the face, bones, where fleeting trails of emotions
the deformed han views on the edge of madness.
Of madness to escape the silence and gray prisons. Detain myself on the wrists of trees in roaring seasons.
The vertebrae of the purity flaked at each thrust of tenuous light, I found myself floating crucified by spectral cuts of devotion and fear unclean.
Today I watched the death ran within and bless me with slippery fingers from holy oil.
It colored the bones and madness. And the line is return to be and star and it’s exploded.


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