Soffocare

Questo soffitto biancoE le grida gremite di una Stanchezza che ha un’orbita Distante secoli Questi soffitti bianchi Soffocano e mi fanno bella Celano lo sguardo Disincantato, soffocanoL’incantata bellezza.
Sof-fo-ca-no. La parola muta e la letale E poi collassano su stelle Variopinte
Dove delle spalle si piegano,
E non so se sono le mie; le tue; quelle di nessuno.
Le soffocano quelle grida
In una notte da soffocare e nient’altro Nessun’altra parola, azione, strilla Allora strilla, parola: rigettami nel tuo fondo. Coltivami strozzami senza punteggiatura senza avere senso fino a che il rumore tace anch’esso soffocato nel suo stesso lordume di ritagli di universi nel sangue caduto a fiocchi come neve in un’estate mai avvenuta.
Senza senso come lo è il senso della vita: soffocato da altro – quando lo trovi, si è già nella tomba bianca,
Contornata da terra morbida, schiacciata dalla pesantezza di un immortale cielo terso.


Gira

Gira gira gira
Il vociare dei gabbiani
Gira
Dove non vola niente
Nella morte che reca dolore
In emozioni dischiuse
Raggomitolate
Dentro gli occhi
Gira gira
il pianto di chi ha perso voce
Cantando la melanconia lieve.


When the moon will be full

I’m been hold from
Currents
incandescent
Of the moon
From above branches of time
Besieged by the howling wind
Waiting for flock of rain
To cover me up.
The wolf inside of me
dig a fountain of wonder
Into womb
racing infiltrate in the stars
Where the sky
can not hide then
When the moon is full
Will fling and will run
When I am full
will write and will howling
The glory of eternal love.


Quando la luna sarà piena

Mi stringono
Le correnti
incandescenti
Della luna
Da sopra i rami del tempo
Assediati dal vento ululante
Aspettando il branco di piogge
A ricoprirmi piano.
Il lupo dentro di me
Mi scava una fontana di meraviglia
Nel grembo
E correndo si infiltra nelle stelle
Dove il cielo
Non riesce a celarle.
Quando sarà piena la luna
Scalcerò e correrò
Quando sarò piena
Scriverò e ululerò
La gloria d’eterno amore.


Il rumore della tua pelle

Il rumore della tua pelle
È come il passaggio
Immobile nel silenzio
Di stelle comete
Lasciate trafiggere dalle
Scapole
Dove un tempo ali
Di ogni colore
Ti sollevavano dagli esagitati
Diluvi.
Continuo ad ascoltare:
Mi celo nelle ombre
E ti ricopro di nebulose
Da cui gronda vita.


La musica

Se si spegnesse la musica
Di un attimo
Sulle strade affollate
Di un giorno
Che chiede al morso del tempo
Un altro brandello putrido
Cosa sentirei io?
Oltre la melodia suonata
Da quell’uomo,
Pare spezzato da ciò che suona
Ogni dì.
Allora seppellisco per un secondo
Le sue melodie e le sue dita
Dalle unghie sporche
E tutto ciò che mi arriva
Perforando i timpani
È la nenia che la vita
Di questo grigiore
Sottrae al sottosuolo
Ai tetti a punta,
Alle persone che divorano
Le mie espressioni – che siano dannate.
La dannazione per un pugno di sguardi: li sento aprire le cicatrici
Rimescolare il sangue e le ossa,
Un purea denso di ghiaccio.
Sento questo: il vento intona: e la musica dalle dita rapide ritorna ad invadermi,
Nel mio divincolante mutismo, bruciata dal sole.


Circondata dalle rose

A te, Fiorenza.
Poiché scriverti consiste all’espormi così duramente in me stessa, così in profondità che spande un male da rivoltarmi lo stomaco, raramente l’ho fatto da quando i tuoi petali sono sfioriti e non sento il tuo profumo attorno, sulla pelle, dentro il cuore.
Dicono: chi ci ama non ci abbandona mai. Certo che non ti ho mai lasciata andare totalmente, e non scrivo che tu lo abbia fatto, ma è anche vero che la morte sopprime col tempo i ricordi e mi accorgo col viso in fiamme, dentro una casa stravolta dal fuoco di un tormento senza anni, che a volte mi sforzo per ricordarmi la tua voce.
Che io, non ricordo la data della tua morte. L’ho eliminata. Estirpata dalla radice come un’erbaccia che non respira l’aria estiva sotto brucianti lame di sole.
Non voglio neanche ricordarla: rimembro solo la piega dei tuoi occhi, le lenti dei tuoi occhiali, le tue mani soffici, il tuo sorriso che mi donava il calore di una madre.
Avevo il tuo amore impresso dentro gli scorci aperti che la me bambina teneva aperti. In presagi di una solitudine che ho ricucito dalle cicatrici con le parole. Con la poesia.
Ma scrivere una lettera è così differente che mi manca la forza di muovere le dita. Come se avessi le articolazioni pregne di nostalgia, rammarico.
Cosa vorrei dirti, cosa vorrei scriverti?
Che eri il sole che illuminava la prima alba della mia vita. Che valevi i sospiri immensi di un innamoramento infinito. Che le tue ossa malate, sovrastate dal cancro che ti ha portata via, te le vorrei, ancora adesso, ricoprire di fiori che tu tanto amavi.
Che vorrei sapere se ameresti le poesie che scrivo e se saresti stata fiera di me alla presentazione del mio libro.
Perché se non scrivo di te, non è perché non ti penso; è perché è così doloroso da strappare senso alle parole, alla sostanza di quello che mi sta attorno.
Ti vedrò di nuovo e allora ti donerò ogni singolo residuo di parole che ho dentro – anche quando quel dentro, sarà vuoto.
Mi manchi zia. Così tanto che ti custodisco gelosamente nella mente, in giardino, circondata dalle tue rose, le innaffiavi con l’eleganza che ti portavi addosso come una seconda pelle.
Spero di essere stata una nipote degna di te.
Ti amo.

Anna


He tells me live

I let myself transfix from a poised freezing column. He penetrates the throat with the smoke and chokes me pulling my hair. I give. And giving, smoke of blame in the mirror, stick to the tonsils

and it is out of the question to speak. Move forward surrounded by splinters towards the place where I am not.

Because one goes more in, more the alienation takes body and expands in ink stains; is even my blood. it purifies my body in month and lets the aborted dumb words go out

And lets the aborted dumb words on which I sprinkle plugs of flattened towards evening roses and clouds go out. I eat them up to encrust the trachea. Then they go.

But then I write: is the love that throbs in the veins full of worms when there are also i’m not. With a wrench it puts back me in earth and it is the fire of my eternal mortality.

He tells me, live. Writing. Love, writing. Writing love up to the total decay and up to calming down the torrent of freezing and fire and until the decomposition of every emotion.


Mi dice vivi

Mi lascio trafiggere da una colonna sospesa di gelo.
Mi penetra la gola col fumo e mi soffoca tirandomi i capelli.
Cedo. E cedendo, fumogeni
Di biasimo nello specchio, mi si incollano alle tonsille – e di parlare è fuori questione. Avanzo circondata da schegge verso il posto dove non sono io.
Perché più si va dentro, più l’alienazione prende corpo e s’espande in macchie d’inchiostro; perfino il mio sangue lo è.
Di mese in mese purifica il mio corpo
E lascia uscire le parole mute abortite su cui cospargo spine di rose e nuvole appiattite verso sera.
Le mangio fino a incrostarmi la trachea. Poi se ne vanno.
Ma poi scrivo: è l’amore che mi palpita nelle vene piene di vermi anche quando non ci sono.
Con uno strattone mi rimette in terra ed è il fuoco dell’eterna mortalità mia.
Mi dice, vivi. Scrivendo.
Ama, scrivendo. Scrivendo ama fino al disfacimento totale e fino al quietarsi del torrente di gelo e fuoco e fino alla decomposizione di ogni emozione.


Closed

Closed time
Where the same it
Full of painful
Sigh
Hastens his death.
Closed – in the rembered
valley of what he has lost.
Inexorably closed.


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