Only yesterday

Only yesterday I watched the line of fire of stars vomit slander of terror.
Today I watched the truth from a string of oversights
and a torrent of tears on the glimpses of blemished skin.
It colored the face, bones, where fleeting trails of emotions
the deformed han views on the edge of madness.
Of madness to escape the silence and gray prisons. Detain myself on the wrists of trees in roaring seasons.
The vertebrae of the purity flaked at each thrust of tenuous light, I found myself floating crucified by spectral cuts of devotion and fear unclean.
Today I watched the death ran within and bless me with slippery fingers from holy oil.
It colored the bones and madness. And the line is return to be and star and it’s exploded.


solo ieri

Solo ieri guardavo la linea incendiata
di stelle rimettere in conati le maldicenze del terrore.
Oggi ho sorvegliato la verità da un filo di dimenticanze
ed un torrente di lacrime sugli scorci di pelle impura.
Mi ha colorato la fronte, le ossa, dove fugaci, scie di emozioni
le han viste deformi al confine della follia.
E di follia evadere il silenzio e le prigioni grigie. Mi tengono in pugno i polsi degli alberi scrosciando stagioni.
Le vertebre della purezza si sfaldavano ad ogni affondo di luce tenua, mi ritrovavo a galleggiare crocifissa da tagli spettrali di devozione e paura immonda.
Oggi ho sorvegliato la morte corrermi dentro e benedirmi con dita scivolose da olio santo.
Mi ha colorato le ossa e la follia. E la linea è tornata stella ed esplosa.


observe

I look myself out from inside a volcano of truth and judgments and crowns of thorns and singing the exclusion drink it in large gulps cups of ancient bones in the coliseum that is the world.
I enter inside me until i cant breathe. I want be able to watch and not shake with fear, poetry that is sovereign and loving mother of this tired old body, so old that every lash of the leaves on the trees, I tremble with terror, too.
I paint myself red. Lipsticks onlipsticks and blood that has suppressed the pain of the body and mind. on About what I ‘ll drink with my sisters to disintegration of premature stars.
Smothering of inertia and death. In my head, are nothing more than a misplaced comma in the definition of vulnerability.
Looking for the smaller me, and kicking. Drowning in the full moon. Tasting my own vitality throbbing that twists and an opal guns and powder exploding in the moon’s womb.
I enter inside me breathing stillness.
There are red trees with trunks colored sand. A well, stones crumbled – he calls me so much, for so many years, that the navel hurt and it pushed
it becomes a cancer to expel. Petals and rot and sweat. Vanity. If i had to describe what my mind smell, I could say incense and wild flowers.
Strong enough to make me nauseous. An old pain that has never dozed cut my wrists and rejects them as food to the lens clouds darken the sky, petals floating in the totality of the stand still.
But if I stop, does not mean i’m dead. it is the wonder of being: flying, I feel the body hovering in the air and suspend me softly. It is not death, no, that’s life, a white veil and soft that collects the scents of the earth, there, next to a tree trunk that has seen the blade fall on his own life: cut, now is perhaps the most alive of all.
I see her smiling at me and crying is so heavy that I can see my face contort in millions of particles of nostalgia and love and itchy hands, forearms of paper, and my heart is all the ink of failed poets … every person living, I feel them deeply sting and leave indelible something within me – but it all disappears, is nothing, in the melody still, to me that still fly and still I’m not dead …
Slender hands and white rise, and the air becomes hot wax, but not enough to burn.
And I leave behind everything else.
The weight of being in the world and the world itself. Love, sadness. The idea and the thought. Vanishes in a movement of the air: it shakes the trees and their voice is an slow echo and low, a buzz that give me the creeps between flutes and grass and wind.
Everything is gone from me. I am empty – but mine is an emptiness sought by the crying of the seeds planted and bloomed in winter.
And she is here. Ethereal like the idea that I have of her, and maybe it’s the same of thousands of years ago: as easy everyone might think, an idea does not change, but becomes opaque in a flicker of emotion away and more is the distance, the more I love her.
I do not see her face: I veneer in two, her hands kill me with love – that love is always feltand never faded, a love for which one lives and dies.
As I before observed me, I look at her, listening to play me like a thousand strings of violins and bells hung from the highest branches – does not speak, do not breathe, its color is white-consuming and if I could choose how to die, would die from her, from feeling too.
And I say, flying, “You’re a disease from which I would never heal.”
Disease and sought to reinvent myself and simply look inside. Because this is her – and nothing scares me more.
She is my life – and now she gets up, my crying that makes me fall lashes one by one, with fingers suspended in the song that my soul evokes.
She kisses me. I let myself die. Petals swirling and I with them, collapsing, the fall of all things. And then: “Transplanted in yourself until you understand.”
And the music stops. Cease trembling and crying. There remain only the trees, the grass, the well. Some purrs – along with a howl that does migrate away the clouds that has covered the sun before. Cease the navigation of my spirit in myself and I get up, and do not feel the bones, not a beat, nothing, just an absolute peace and sore hands. Because poetry is to let me invaded, its looking me fromoutside: drowsiness of a part of me that dies when I do not write, and the need is stronger than anything else. And its the rain of falling stars in a clear soul, that live and I feel it kicking writing.
its be empty to let me fill of life. And then – I continue to observe … still.


Osservare

Mi osservo da fuori dentro un vulcano di verità e giudizi e corone di spine e mi canto l’esclusione bevuta a grandi sorsi da coppe di ossa antiche, nel colosseo che è il mondo.
Mi entro dentro fino a che non respiro. Voglio potermi guardare e non tremare di paura, nella poesia che è madre ed amante sovrana di questo stanco corpo vecchio, così vecchio che ad ogni scudisciata delle foglie sugli alberi, io stessa tremo di terrore.
Mi dipingo di rosso. Rossetti su rossetti e su sangue che ha soppresso il dolore della carne e mente. Su quello che berrò assieme alle mie sorelle al disfacimento delle premature stelle.
Soffocarmi d’inerzia e morte. Nella mia testa, non sono altro che una virgola malposta nella definizione di vulnerabiltà.
Cercare la me più piccola e prenderla a calci. Affogare nel plenilunio. Assaggiare la mia stessa vitalità pulsante che si contorce ed in un opale di pistole e polvere esplodere in grembo della luna.
Mi entro dentro fino a che respiro l’immobilità.
Ci sono alberi rossi dai tronchi color sabbia. Un pozzo nero, dalle pietre sgretolate – mi chiama così tanto, da così tanti anni, che l’ombelico mi fa male e sospinto, diventa un cancro da espellere. Di petali e marciume e sudore. Di vanità. Dovessi descrivere di cosa profuma la mia mente, non potrei che dire incensi e fiori selvatici.
Tanto forte da farmi venire la nausea. Un vecchio dolore mai assopito che mi taglia i polsi e li rigetta in pasto alle nuvole che lente oscurano il cielo, i petali fluttuanti nella totalità dello stare fermi.
Ma se sto ferma, non vuol dire che sono morta. E’ la meraviglia dello stare: volo, sento il corpo librarsi per aria e sospendermi dolcemente. Non è la morte, no: è la vita, un velo bianco e morbido che raccoglie i profumi della terra, là, accanto ad un tronco che ha visto la lama abbattersi sulla propria vita: reciso, ora è forse il più vivo di tutti.
Vedo Lei sorridermi e il pianto è talmente pesante che posso vedere la mia faccia contorcersi in milioni di particelle di nostalgie e amori e mani che prudono, assieme ad avambracci di carta, ed il mio cuore è tutto l’inchiostro dei poeti falliti… ogni persona vivente, la sento pungermi profondamente e lasciarmi indelebile qualcosa – ma tutto scompare, è niente, nella melodia immobile, di me che ancora volo e ancora non sono morta…
Mani affusolate e candide si alzano, e l’aria diventa cera calda, ma non abbastanza da bruciarmi.
E lascio indietro tutto il resto.
Il peso d’essere al mondo e del mondo stesso. L’amore, la tristezza. L’idea e il pensiero. Svanisce in un movimento dell’aria: gli alberi si squassano e la loro voce è un eco lento e basso, un brusio che mi fa accapponare la pelle tra flauti ed erba e vento.
Tutto se ne va da me. Sono vuota – ma la mia è una vuotezza ricercata dal pianto dei semi piantati e sbocciati in inverno.
E lei è qui. Eterea come l’idea che ho di lei, e forse è la stessa di anni, millenni fa: per quanto facile si possa pensare, un’idea non cambia, ma si opacizza in un tremolio di emozioni distanti e più è la distanza, più l’amo.
Non vedo il suo volto: mi trancia in due, le sue mani mi ammazzano di amore – è quell’amore sempre sentito e mai svanito, un amore per il quale si vive e muore.
Come prima osservavo me, osservo lei, la ascolto suonarmi come mille corde di violini e campanelli appesi ai rami più alti – non parla, non respira, il suo colore è il bianco divorante e se solo potessi scegliere come morire, sarebbe morire di lei, dal troppo sentimento.
E le dico, volando, “sei una malattia dalla quale mai vorrei guarire”.
La malattia di ricercarsi e reinventarsi e semplicemente guardarsi dentro. Perché questo lei è – e niente mi terrorizza di più.
Lei è la mia vita – e ora si alza, il pianto che mi fa cascare le ciglia una ad una, con le dita sospese nel canto che la mia anima evoca.
Mi bacia. Mi lascio morire. Petali vorticano ed io con loro, crollando, la caduta di tutte le cose. E poi: “Trapiantati in te stessa fino a che non capirai.”
E la musica cessa. Cessa il tremore e il pianto. Restano solo gli alberi, l’erba, il pozzo. Alcune fusa lontane – assieme ad un ululato che fa migrare lontane le nuvole che prima coprivano il sole. Cessa la navigazione del mio spirito in me stessa e mi alzo, e non sento le ossa, non un battito, niente, solo una pace assoluta e le mani doloranti. Perché la poesia è lasciarmi invadere, è guardarmi al di fuori: è l’assopimento di una parte di me, che muore quando non scrivo ed il bisogno è più forte di qualsiasi altra cosa. E’ la pioggia di stelle cadenti in una pulizia dell’anima, che mi abita e la sento scalciare scrivendo.
E’ essere vuota per lasciarmi riempire di vita. E allora – continuo ad osservare… ferma.


total depravity

Plundered total depravity
sowing  inhuman anger ,
dull blind silence, destroys rubble
the wind under the crimes of which my

cripple heart

 goes singing without knowing verbs, words, nothing. 

Digging with bare hands 

in graves of strangers to find
ash to cover my head,

a flame perhaps: flattening out
the fire roaring in the bowels, writhe
in bile and blood forming solid houses, castles,
trees in bloom.
The depravity and tombs
and frost in the canticle doped Saturn
into space runs my summer.
nfiltrating the frost that grows
and jealousy is the hand  that press and smothers me
on overhanging branches stuck in the cheeks
and lacerated face.
Listening to what I think: I see all tinged with darkness, suspended
bites beyond the sun, and under those graves dies.


Il mordere del silenzio

Mi asciuga
Il mordere del silenzio
Tra smalti e lacche
In modo da fissare
Un tempo che s’incrina
Aculei in un paese diverso
Albe differenti
Al compianto viaggiare
Chi sono
Se non spettro di antiche morti
Che ho guardato
Con l’anima ridotta a fibre
Bruciate in scorci di turbamenti?


Lei

Lei non si intrattiene più
Tra le ombre della cucina
A lasciarsi cullare dalla colpa
Che le viscere implorano
Un suicidio di zuccheri
Arcobaleni di vomito
E pugni sulla carne tesa
Scheletro di un eccesso
Senso di vuoto amore
Cammina nella luce
E verso sera raggiunge la mèta
Del vuoto.


Siede la donna

Siede la donna
Sulle crepe della luna
Di mosche e il piacere
Di scrutare l’epicentro del niente
I capelli al vento
Tagliandosi a pezzettini
Fin dove sente
A intervalli tra oceani e voci
Le viscere contro le dita
Radici di stelle appuntite
Le spuntano dalla gola
Soffocando assimila galassie lontane
Sognando un amore oscuro
Da farla morire in agonia
Di ansia e sentimenti e calamità naturali
La donna della luna
Su una luna esplosa
Di sangue su cosce e bocca
Si cela in altre dimensioni
Osservando il proprio centro
Per massacrarsi ancora.


Devour

Will devour
The light
The air around the trembling flowers
Sobs of incalculable silences
Caught here and there with laughter
Two girls in the wind – shaking, sweating in their lives
It can be divided into a din of cars and smog.
Death shall devour the poetry of some leaves whispering secrets among the rocks: the wheels of a bicycle and white roses: there is a silence that presses the basis of every human theory, a silence that eradicates these roots and puts them within this pale light that will soon evaporate in glitter sepia, in these hydrangeas and cursed winds. I see life as a rapid move insurmountable to my dumbness – and if I write, I reduced to a minimum. The minimum of love is always the one who pulls the stones, and the maximum is the cessation of a heart-veiled look at a painting of a melancholy foreboding
the artist is a demon from mankind hunched back
limps towards the disintegration of each cells
This light
And the nettles and the roses and the two blondes girls
Will be forgotten as soon as close eyelids, forget everything,
Every person living on this planet,
Feel them slip away like the smoke from fireplaces …
There remains only the silence and the wind and the smell of a warm evening air breathed Alone.
Devour myself … And the nettles …


Divorerà

Divorerà
La luce
L’aria tremula attorno ai fiori
Singhiozzi di incalcolabili silenzi
Intrappolati qua e là dalle risate
Di due ragazze nel vento – tremano, sudate, nella loro vita
E si dividono in un fracasso di macchine e smog.
Divorerà la morte la poeticità di alcune foglie mormoranti segreti tra i sassi: tra le ruote di una bicicletta e le rose bianche: vi è un silenzio che preme alla base di ogni teoria umana, un silenzio che estirpa queste radici e le mette in seno a questa pallida luce che presto evaporerà in brillantini color seppia, in queste ortensie e ortiche maledette. Vedo la vita come un rapido passaggio insormontabile al mio mutismo – e se scrivo, mi riduco ai minimi termini. Il minimo d’amore è sempre quello che tira le pietre, ed il massimo è la cessazione di un cuore a osservare un dipinto velato di melanconico presagio e l’artista è un demone di uomo dalla schiena ricurva e zoppica verso la disintegrazione di ogni cellula.
Questa luce
E le ortiche e le rose e le due bionde ragazze
Verranno dimenticate appena abbassate le palpebre, dimenticare tutto,
Ogni persona vivente su questo pianeta,
Li sento sgusciare via come il fumo dai caminetti…
Rimane solo il silenzio ed il vento e il profumo di una sera calda respirata Da sola.
Divorerò me stessa… E le ortiche…


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