tempo

Hai preso
l’incontrollabile
e portandolo sul mio sguardo
sei corso tra le ciglia
di un giorno mai avvenuto.
Schiudendoti
si lasciano cadere
i presagi
della tua ombra
appiattita su muri e fiamme:
perché non esisto, sembra,
se non in te,
vivi cibandoti
di questo mio tempo
che prendendoti la mano
sfumandosi
implora un’ennesima resa
pur di guardarti tornare a casa da me.

tempo

Mi scosto lo scialle di freddo.
Divento ore. Mi perdo in niente da niente e genero niente.
Un secondo in uno schiaffo di eterna diatriba allo specchio.
Vengo suonata dalle auto che scivolano sull’asfalto. Vanno e vengono come lingue di fuoco. Quell’andare lì – quel fluido, costante scossone – mi è paralizzato dentro.
Circola il suono. Divento altro.
Mi perdo sempre per una manciata di parole.
La lingua sul palato e si stravolge il mio nome: perde, come perdo anche io.
Perfino la parola più insignificante mi percuote. Ridotta ai minimi termini, vedo il cielo tagliarsi e il sangue saltarmi in gola, come se io fossi un suo prolungamento.
Il sangue che cola è l’eccessiva rievocazione d’amore.
La scrittura – per quella che è, per quella che sono io – è il salto nel buio che schiocca al pari dei polmoni. Mi si rivoltano. Zampillano colore. Dolore atroce.
Divorante.
Una catena infinita di sussurri non più annoiati, ma precisi e ineluttabili. Piantano spine e le scrutano sbocciare stringendosi del suono che ero.
Sparisco: si cristallizza la morte dandomi il braccio.

Mi hai insegnato il gusto del vento
così lontano
fu la notte
così lontana
a ricordarmi di dimenticare
quel ricordare vicino
da sprofondarci e un sospiro divenire,
continuamente.
Vent’anni in prigionia
e ho imparato a riconoscere il vento
quello lontano
che chiama e in solitudine
piange fattosi cenere.
Ma io non piango: divento un albero.
Mi sento squarciare l’aria
che prende le armi
scivola, svanendo,
nel fuoco.
Andiamo tutti a fuoco
vivendo di vento
e come vento
decomporsi in letti di spine
e una delle spine sono proprio io,
siamo noi.