Casa

a casa 

dove si cercano parole semplici

casa dove è facile ascoltarmi,

perdonarmi e ritrovarmi,

casa che accoglie 

atomi e tempeste

sempre diverse 

casa che sgombera e smuove

centri e spigoli

casa che ritorna in me

parole

lente.

lascio scorrere tempo

per produrmi. 

quando il sole
scoccato da briciole

di minuti

si conficca tra i rami

il mio giardino canta.

ed io – io, radice minuscola,

spezzata – conto fino a dieci

prima di osar guardare 

la bellezza semplice 

dei fiori piantati da mio padre

abbracciati alla luce.

piango: mi senti?

ho in me il crudele vociare 

d’un orologio fermo 

che conta nonostante tutto

singulti e travagli

nel polso della notte.

aspetto sera scrivendo

scribacchiando coi palmi

sull’erba poesie minuscole 

haiku insensati

li strappo e chiedo perdono

mi senti?

chiedo perdono per una vita

ché vita abbagliata di dolcezza

non fa per me.

ciondolo scossa sotto

la cascata del mio glicine:

io sono qui per rischiarmi il cuore,

e l’anima, la passione e la morte.

sono un fiore – mi ha detto qualcuno – invece no:

no.

io sono ciò che voi, scalcianti dentro di me, non ascoltate.

sono una crepa d’un momento.

e sarò ricordo teso, “ah lei; quella della luna ed i fiori”.

chino il capo, saluto il sole, 

trovando riparo nel mantello

di silenzio. 

Il cielo si apre per metracce di suoni vaganti

sparpagliati dove niente

arriva o viene.

Nuvole, ciuffi di sera,

apro il palmo che suda

trema e s’impenna di respiro

e pioggia truce mi sfonda.

Sono sola: vi è in me un silenzio

che affonda e geme il proprio pianto.

Ne farò casette per uccellini.

Richiuso il caos si farà primavera.

Sogno arcobaleni. 

Vieni,

lascia tremare 

tutto 

così poi

hai più niente 

da far tacere.

C’era una volta 

C’era una volta una sinfonia che partiva dalla luna. Un bel giorno pioggia si fratturò una ciglia e piovve tutto l’anno.

Fiori cantavano e danzavano nelle stagioni. Nei pendii lunari s’ascoltava e beveva latte e miele. Bambini correvano e ringraziavano la notte.

Dopo un anno esatto la sinfonia finì e il nuovo giorno prese piede, come un pirata – saccheggiando nuove terre – nelle nuove onde di luce lunare, fresche e pulite.

Il sole, da lontano, sorrise alzandosi le maniche. 

Terra

Questa terra echeggia 
di flauti e musiche antiche

dove le piante s’innalzano

verso la Madre

ed io 

io briciola io semino minuscolo

mi nutro di petali

questa terra colle proprie

sembianze ha udito

l’impercettibile sbuffo

di questi antichi tormenti.

E mi dicono: va’ nei venti. 

Mi dico

Mi dico, verrà anche per me il tempo – delle canzoni felici e fiori sul tavolo della cucina a profumare ogni piccolo angolo, incorniciato di pura splendente lacrima d’un emozione violenta.Mi dico, verrà, sì – ora, mai, tra anni o mesi – intanto sto.

Vedete? 

Rimango qui. Come cenere su lenzuola candide. Scribacchio – d’altronde, l’estensione della mano mi porta sulle nuvole e sulle cime degli alberi e nei terreni delle colline ricoperte di acqua e fiori – ascolto.

I vostri passi sono così pesanti da spappolarmi i polmoni; voi, voi, sempre voi!

Uscite – andare, correre, seminare – uscite da me ché io tanto sto qui, murata viva, innalzata dove voi nemmeno immaginate, pupazzetti mentali, mani viscide a tracciarmi la fronte mentre dormo, voi – voi che non capite la canzone che la terra implora gutturalmente.

Io sento e vedo e piango e ululo e nessuno mai sentirà il miraggio del mio domandare.

Sono caduta nel sole. Mi sono scottata. Ho visto le mie carni aprirsi e scrivere tra ossa e sangue e fiato e voi non eravate là – ma qui, chissà dove, nessuna parte, dovunque, via, oltre ogni soglia.

Io sono. Sono stata. Sarò la voce di chi penserò io sia.

E lascerò il torrente lambirmi.