Accolgo un barlume d’infinitomentre mi muore tra le mani

e non posso che ascoltare 

i viaggi del vento

dove nessun rumore ha colore

se non libero affanno

nel buio del mio sguardo. 

Ho visto nello sguardo profondo di una rosa scandita dal tempo scoordinato il volto degli anni appresso a prigioni mistiche, fanciulli variopinti di poesie, corolle bagnate dalle lacrime vicine agli Dei, il mio amore assassinato

in un lago di soppressione chiamato Libertà.

Ho assaggiato Odio e scrutato il Nulla: a me paiono secondi gli anni più duri calcati da recise divergenze – cori angelici al cospetto d’un cielo scabroso, cosce aperte e fica che ogni sospiro Trova; ora, il tempo m’addolora, i vampiri tiranni dormono nelle piaghe delle palpebre del Sole, 

e cado – d’una magnifica caduta, nel Solstizio che muore di Noi,

amor mio, dove m’hai lasciato

carezze e fuoco,

dove prima vi eri tu. 

Alberi mi parlano nella notte un abbraccio al silenzio ed a tutto quello che è rimasto.

Volti di luna e sole, disarmante bellezza.

Mi trafiggo assorbendo il giorno. 

A volte vedo le cose appassire
le guardo come fosse la prima 

ed ultima volta.

Mi metto le mani in tasca

trovo accendini scontrini e stanze 

dove non posso entrare.

E da sola preparo il ceppo

per adagiar la testa:

che a me il tempo avvelena e basta, 

vestito pure di bellezza. 

Ho oscurato tempestee fronti baciate dal vento

di chi rimira il peso del taglio

chi ha visto e vede la morte.

Ho sentito il niente e campi di girasoli e mi sono soffermata sui colori di Van Gogh.

Provo scrivendo un tumulto di volti e che sia dunque fiorito di gioia, spero.

Ma vi è una mano di Ombre vestita calarmi piano le palpebre,

uno scossone di vento, ricordo un bel glicine,

Dormi

E indomani mi vesto di parole come un tulle di rami, pregando che la mia natura combaci con l’anima slegata. 

Sono la pazza la nannainsonnia perenne costante saziante cui vomita orologi e sandwich di fiato e odore celato lo hai visto quel fiore in stazione aspettava lunghi tramonti per soffiarsi dolore.

Sono la pazza la nanna dormiente che scrive per non ridere e morente dormire. 

Sonno

Oh il sonno della Luna, beltà rifiutata dagli occhi degli Angeli in disgrazia, per te questo canto di mille e mille radici 

dona il braccio – acciuffandolo 

per un paio di barbari luccichii di silenzi.

Ché io sola posai il capo docile 

rimirando le parole scabrose, eccomi: un piccolo verbo 

d’amore che smussa i termini

della tua danza gloriosa.