Il cielo composto da limiti

è un caleidoscopio, conficcato

nella mia vista – e tutto quello che gira,

vorticosamente, dalla punta dei piedi alla radice dei capelli

sono degli occhi scuri.

Non vedo il bello, lo sento – dalle sottili ossa, lui assimila

il suo respiro di vita, delle stagioni che cambiano con il suo modo

di brillare al pari del sole.

 

Mi manchi così tanto che non riesco a trovarmi,

perché mi insorgi dentro,

ripescandomi dal mio buio, e da quella luce che a volte non riesco a sopportare, a che scopo trovare me, se alla fine – di ogni proibito minuto passato lontana dalle tue braccia – è te?

 

Anche se prima non conoscevo il tuo nome, chiamavo te. Ti pianterei un giardino di fiori che contengano i tuoi desideri e te li aprirei sotto gli occhi, pregando la natura di aprirsi sotto i tuoi occhi – se sapessi quanto il tuo cielo mi fa fremere il sangue, solamente quanto quei piccoli vetri del caleidoscopio mi mostrano – nella mia testa frenetica, perennemente affamata dei tuoi dettagli – piccoli squarci di te.

Ti chiamavo da quando ho sentito la prima volta la parola “amore”.

 

Mi hai sentito mai?

 

Ora senti. Le parole hanno un ritmo che è tuo. Queste, per lo meno, lo hanno.

Le scrivo ricordando come batte il tuo cuore. Ad ogni affondo sulla tastiera sento la guancia che brucia. E’ come un fuoco che mai si spegne, con te. E’ lento e mi consuma, atterrisce fino al collasso di un tremito. Il tempo qui non è che un gorgoglio del tuo nome.

Della tua faccia stessa.

Scrivo e a volte cancello. Sei ovunque e fatico a starti dietro, al cuore che mi esplode.

 

La pagina bianca è come un confessore, solo più arguto e sicuramente con più fede.

Qui – ed ovunque – io non posso che darti me stessa, e aspettare le colonne di stelle colpirmi i sensi per quanto una tua parola mi scivolerà addosso come cera, ancora, riducendomi ad un’unica preghiera composta da cinque lettere.

 

E’ sempre stata la stessa, vedi?

 

Il tuo nome è ovunque, è nel mio sangue, sulle mie labbra, dentro le ossa.

Anni fa scrissi che era l’amore che mi creava – che dava vita a questo corpo, che mai ho amato, che era lui a darmi la forza di andare avanti, che la nostalgia fosse tutto ciò che potesse darmi conforto.

 

Ora, il cielo ha il tuo viso, il mattino il tuo sguardo, il pomeriggio le tue mani affusolate e la sera, la sera ha le tue labbra.

La notte prende il tuo corpo ed entra dentro di me rubandomi il sonno.

 

E se prima ero niente, perché lo ero,

ora respiro – e respiro te.

 

Hai preso il mio nulla e lo hai amato, io prendo la mia anima e te la spingo oltre il respiro: incorporala nel tuo essere, voglio che sia dentro di te, come la tua lo è in me.

 

Le candele si spengono, come cenere la musica, la flebile luce delle macchine sull’asfalto, fuori…

 

 

 

Ti chiamo ancora adesso, e sento solo te,

ed è sentire l’universo.

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