una furia cieca

Una furia cieca, insensibile al mondo, sconvolgente – pari alle armi di distruzione, graffiante e senza sconti, come un fuoco che s’appicca con uno sbuffo inesistente d’aria e corrode ogni cosa dalla più piccola, insignificante, alla più deplorevolmente ampia e grande e tutto.

 

Sgancio nel mio corpo un veleno pari alla morte; la follia lacerante,

devastante, con tanti artigli e bocche cedevoli e raminghe,

ha riflessi oscuri che codificano simboli semplici, appiattiti dalla mia lingua incollata

al palato, senza forzature (il gelo smisurato del silenzio e del nulla sentir) –  spacca i timpani, prosciuga il corpo,

espande la mente verso territori viscidi e la violenta – saliva e sangue su di me, come 

sputi d’una frizione calda, dinoccolata, armoniosa di sussurri

[di una notte annoiata]

stanchi e misantropi.

 

E volere saltare oltre il candore per afferrare la luna

appallottolarmela al petto e stringerla

fino a non sentirla più respirare,

così ché dovrebbe servirsi di me  per farlo.

per inalare la vita.

 

Plick plick, le lacrime del cielo che s’ingozzano delle mie serrature chiuse.

E lente affogano, mare asciutto, nelle mie smagliature fiorite – lasciate scottare dal sole.

 

“Quanto sei disposta a perdere, Anna?”

 

 

Fluidi pensieri di memorie attorno a me, alla vena pulsante dei miei ricordi spaesati, neanche avessi duemila anni, centro della mia vita e del mio piacere, lei – scrivere.

 

Lei lei lei,

ossessionata da lei,

persa in lei,

amata da lei.

 

Amarla fino a poterne morire (dal troppo amore, semplicemente, naturalmente)

 

Ha girandole di sorrisi in mano – e sono tutti suoi.

perfino l’aria nasconde tempeste, scostandole da sé bruscamente, per non vederla appiattirsi in un angolo — nient’altro è che me.

 

Due mondi

 

[Uno]

 

Due veli contrapposti

 

[dovevi tornare]

 

Annusano il mio cuore

 

[perché]

 

Strappandomelo via

 

[l’amore della tua vita]

 

Dilaniandolo

 

[è troppo grande per]

 

Brandendolo quasi fosse una spada

 

[dimenticarlo…]

 

Lo stringono e stringono

 

[… o morire]

 

Liberandolo dalle proprie catene intrinseche.

 

[il tuo amore è troppo

 

per poter fare qualsiasi altra cosa. ]

 

 

Quanto sei disposta a perdere, Anna?

 

Per lei, il mio sangue.

La mia vita, la mia morte – la mia famiglia, i miei ricordi, ché torneranno da soli, il mio sorriso, il mio dolore, tutto, la mia sanità mentale e fisica, il fuoco, denaro, ogni singola particella che compone il mondo intero… se ho loro.

 

Lascerei sfuggire ogni cosa per poter scrivere sempre.

Questa – questa è la verità.

 

Ogni cosa… per l’amore, per la Poesia.

 

 

 

 

 

 

Plick, plick, plick – gocce di pioggia bagnano le mie candele accese; esse roventi, con un boato, s’ingrandiscono – e  vedo.

 

Delle labbra mormoranti. 

Fuoco nella mia testa – anche oltre.

Un sorriso. I miei figli.

Una lenta ballerina – il tutù spezzato e bruciato in più parti, grigio.

Manate rapide, veloci, ipnotizzanti.

Sangue sparso su rocce antiche che han visto millenni d’arcobaleni filtrati tra le nuvole.

Magia.

 

Delle mani afferrano le mie guance, lieve pressione,

e le sospingono verso un caldo alito di vita, disperatamente vivo.

 

 

 

“Il mio bacio è il tuo destino e la tua caduta.”

 

Le sue piccole mani bianche ed affusolate, il suo tocco – sospinto dalle nebulose fiacche di risate – le sue labbra sono sulle mie, frementi e cariche.

 

“… ti farà volare e sprofondare nella terra più nera…”

 

Non ha un volto – Lei -, solo un torrente impetuoso di emozioni ribollenti.

 

“… e quando sarai giù, la mia mano ti riporterà nell’assoluto candore…”

 

E mi sbrana, mi divora – mi adora, la adoro.

 

“… perché…”

 

Tutto è ovattato , bianco e furioso di  vita che brucia i polmoni, li stacca dalla carne – la voce non ha colore né suoni, corde vocali come bastoncini da spezzare con niente, un soffio…

 

“… sei sempre stata mia.”

 

E non vedo e non sento;  sono sospesa e reale, concreta, lucida d’una lucidità furiosa, dilaniante, rabbiosa…

 

“Sei sempre stata mia.”

 

… il mondo scompare e non ha seriamente senso, ora che sono [stata, sarò] sua.

 

Davanti al computer, batto le palpebre.

Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette volte.

 

Ma sono ancora sua (sempre).

 

 

E’ ancor più folle l’uomo che rinuncia all’amore.

 

 

 

 

 

 

Sei sempre stata mia.

 

Io sono sempre stata sua.

 

 

 

Plick plick plick, pioggia che scroscia e scalcia via la pressione, nascondiglio, nascondigli fermi e raffermi, Dio mio —- persone, sorrisi, mani assieme a me, nella vita di tutti i giorni; nascosti, lontani seppur così vicini.

Così dolorosamente consapevoli di tutto.

 

Io che non sento niente, eccetto scossoni violenti che mi fan tremare il corpo,

ho il sapore in bocca della Poesia, attimi rivelatori, mai visti ma sentiti – così ramificati nella mia anima, così distanti dalle rappresentazioni che hanno gli altri di me.

 

Di me, che non sento nulla, 

se non lei.

 

La Poesia scandisce immortale il tempo degli uomini

facendolo danzare nelle sue piaghe moribonde di regina

rigirandolo a suo piacimento.

 

Perché non muore mai e le sue mani strette alle mie guance

dolcemente

mi ricordano che sono viva.

Parole, mormorii.

“Vi amo più della mia stessa vita”

Arma letale 

“Il pozzo, il pozzo mi dirà qualcosa…”

E cura di tutti i mali

“Correte, figli del vento, finché l’alba non brucerà lenta.”

Uniti, falsi, illusionisti 

“Il crepuscolo della vita ha con sé il profumo della pioggia “

Privi di vergogna

“Cercati dove non potrai trovarti…”

Inequivocabilmente morti

“… Sono lì ti troverai.”

Davanti a lei.

 

 

Parole, mormorii.

[Il Sahara perde ogni granello di sabbia

e l’alba si rovescia, tramutandosi in ferrosi tramonti,

fuochi d’artificio,

splendente agonia che torna a respirare e afflosciarsi senza peso

ai piedi di chi sa afferrare

l’amore]

 

 

Urlare

fino

ad

impazzire.

 

E poi, impazzire ancora. Ancora e ancora.

Non vi è morte più dolce, affogare con mille parole stese a ricoprirmi di fiorellini colorati – a ricoprire il mio corpo freddo, prima di gettarlo in pasto al ciclo costante

dell’eternità.

 

[due veli scenderanno a coprire il tuo viso]

D’oro e d’argento ricoprirà la visuale terrena

[marchiandoti]

Colorando di bianco i tuoi occhi.

 

 Di nuovo tutto è ovattato

E non sento niente, solo echi lontani, in qualche modo fruscii assurdi che separano

Il quà e.

 

Immobile, immobile, serrata.

La mia fronte imperlata di sudore – riesco ad immaginare i miei occhi.

 

Riesco a vedere le mani.

[ma la voce non esce]

 

 

La voce per cantilenare preghiere è sparita,

lascio spazio al silenzio che ottenebra tutti i suoni

 

E pianti e carità

 

maciullandoli in rapidi istanti in cui cerco di

non pensare… al fatto che non sento…

 

più nulla.

Nulla, nulla, ed è liberatorio scriverlo e stropiccia i timpani e li sfrega, contorce, assordandoli – sentirò solo la voce di lei chiamare il mio nome da spiagge soleggiata con la sabbia tiepida e i miei capelli sapranno di sale e vento.

eppure il silenzio ha così tanti rumori in sé da essere quasi assordante.

 

… il rumore dei tasti…parole…

 

 

Gli spiragli del sonno inghiottono il mio cuore, e so che andrò nei posti in cui sarò felice.

 

(i miei figli sorridono)

 

7 ottobre 2011, 1:21

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