lì dove nessuno

Le vedi anche tu
quelle tempeste che si infiltrano
tra i gomiti non riuscendo a farli stare fermi
ché s’oscurano perfino i vetri ed entrano in casa
silenziose, vanno rancolando negli angoli
a setacciare qualcosa di tuo, di mio
senza sconvolgimenti.
La senti anche tu
la catena nella mia gola
che scricchiola
se penso di lasciarci
anche se per pochi battiti di ciglia.
Quando quell’immobilità perenne scuote
le parole che io non riesco a dirti?
Che le ombre del tuo volto
sono qualcosa che mi gratta l’anima e non la molla più?
Che il modo in cui pronunci il mio nome
spacca la percezione del tempo e della mobilità delle nuvole.
Quindi torna a casa, da me,
rimani ancora un po’ appiccicato alla mia sete
del tuo odore
e fammi addormentare lì dove nessuno
prima
era entrato.

Pioggia

Pioggia.
Osservare
Il disintegrarsi
Delle gocce
Il lieto sollecitare
Il cielo a lacrimare
Sulla fronte dell’asfalto
Pioggia.
Sui vestiti che mi sono tolta
Snudata dai fiori che hai colto
E sui vestiti che mi hai sfilato
Bagnandomi di più
Pioggia
Sulle tue nude spalle
E sulle ossa che ti ergono
Ai margini della terra
Pioggia a catinelle
Sulla pioggia di ieri
E mi chiedo dove riposavi
Ascoltando il prosciugarmi
Di tutto.
Piove sui tetti dove i gatti saziano
La fame dei tramonti e delle estati
E sui tetti che ci nascondono la vista
Delle albe più oscure
Ma anche se piove
E se il lento gocciolare è lo scheletro
Del calore con cui ieri ti divoravo
Ma anche se piove
E il tempo si racchiude in una singola goccia tremolante appesa alle foglie degli alberi
Rimani, resta
Dove il tuo battito lo sento confondersi
Con questa pioggia primaverile
In questa grigia
appisolata
emozione.

C’era il mare – storia di morte e fiori

C’era il mare. Le calendule sbiadite di sangue ed erba rappresa nei confini della sabbia divorata dai raggi del sole. Un’intonazione: dalla vita appari nella morte, se lo spettro di ghiaccio scioglie la paura di sale.
Allora prese a camminare come quello spettro pronto a sciogliersi. Divinizzando ciò che la sua mente allegorica rimembrava da tutta una vita, ed una morte soltanto: una falce illuminata dalla luna racchiusa in una primavera feroce, con alcuni grilli canterini tra i fiori del male.
C’era il mare e c’erano le calendule e lei ritrovò ciò che un tempo aveva perso nell’ultima onda che si disintegrò al suo sguardo: la sua morte aveva un sapore speziato, pregiato come un ottimo, vecchio vino, e tastandosi le labbra coi polpastrelli, le sentì secche e dilaniate in un sorriso pieno d’ombre e tenebre.
Fu il mare a metterle centoquarantasei sassi nelle tasche della giacca, dei pantaloni; nelle scarpe e sulle dita dei piedi che s’incresparono per muovere piccoli passi.
Il profumo dei fiori la attirò nell’abbraccio delle acquee, nel panico dei propri polmoni, nelle nuvole di fiato che fecero sparire il sole.
C’era il mare, e c’erano i gabbiani – striduli richiami al niente.
E come un fiore prese a sfiorire lentamente dallo stelo fino ai petali rinunciando alla primavera.

La rondine

Una coda di rondine poggiata
Sull’immaginario tetto del mondo
In rovina: uno sbuffo d’archetto e va’: qui si vola senza occhi, né voce,
I tentennamenti a volte sono le nostre ali. Passiamo oltre i volti in fiamme che ci ricordano qualcosa – per non rimembrare mai chi siamo.
La mia rondine ha due scheletri, uno composto da musica, l’altro polvere appena rimane – “ma non rimanere; vai, così che io possa conoscere il male profondo.
Che io possa morire ché vivere cosa insegna a noi che voliamo cercando un posto dove poter tornare ancora?”
E va’ nei sali dei mari sopra le onde di dimenticanze, nella paura di non ricordare i bei momenti, piegando le invisibili ali in una cuccia di fogliame e altra musica ridondante come lo è la vita di qualche minuto, nel cielo.