C’era il mare. Le calendule sbiadite di sangue ed erba rappresa nei confini della sabbia divorata dai raggi del sole. Un’intonazione: dalla vita appari nella morte, se lo spettro di ghiaccio scioglie la paura di sale.
Allora prese a camminare come quello spettro pronto a sciogliersi. Divinizzando ciò che la sua mente allegorica rimembrava da tutta una vita, ed una morte soltanto: una falce illuminata dalla luna racchiusa in una primavera feroce, con alcuni grilli canterini tra i fiori del male.
C’era il mare e c’erano le calendule e lei ritrovò ciò che un tempo aveva perso nell’ultima onda che si disintegrò al suo sguardo: la sua morte aveva un sapore speziato, pregiato come un ottimo, vecchio vino, e tastandosi le labbra coi polpastrelli, le sentì secche e dilaniate in un sorriso pieno d’ombre e tenebre.
Fu il mare a metterle centoquarantasei sassi nelle tasche della giacca, dei pantaloni; nelle scarpe e sulle dita dei piedi che s’incresparono per muovere piccoli passi.
Il profumo dei fiori la attirò nell’abbraccio delle acquee, nel panico dei propri polmoni, nelle nuvole di fiato che fecero sparire il sole.
C’era il mare, e c’erano i gabbiani – striduli richiami al niente.
E come un fiore prese a sfiorire lentamente dallo stelo fino ai petali rinunciando alla primavera.

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2 pensieri su “C’era il mare – storia di morte e fiori

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