Mi lascio trafiggere da una colonna sospesa di gelo.
Mi penetra la gola col fumo e mi soffoca tirandomi i capelli.
Cedo. E cedendo, fumogeni
Di biasimo nello specchio, mi si incollano alle tonsille – e di parlare è fuori questione. Avanzo circondata da schegge verso il posto dove non sono io.
Perché più si va dentro, più l’alienazione prende corpo e s’espande in macchie d’inchiostro; perfino il mio sangue lo è.
Di mese in mese purifica il mio corpo
E lascia uscire le parole mute abortite su cui cospargo spine di rose e nuvole appiattite verso sera.
Le mangio fino a incrostarmi la trachea. Poi se ne vanno.
Ma poi scrivo: è l’amore che mi palpita nelle vene piene di vermi anche quando non ci sono.
Con uno strattone mi rimette in terra ed è il fuoco dell’eterna mortalità mia.
Mi dice, vivi. Scrivendo.
Ama, scrivendo. Scrivendo ama fino al disfacimento totale e fino al quietarsi del torrente di gelo e fuoco e fino alla decomposizione di ogni emozione.

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