Mi osservo da fuori dentro un vulcano di verità e giudizi e corone di spine e mi canto l’esclusione bevuta a grandi sorsi da coppe di ossa antiche, nel colosseo che è il mondo.
Mi entro dentro fino a che non respiro. Voglio potermi guardare e non tremare di paura, nella poesia che è madre ed amante sovrana di questo stanco corpo vecchio, così vecchio che ad ogni scudisciata delle foglie sugli alberi, io stessa tremo di terrore.
Mi dipingo di rosso. Rossetti su rossetti e su sangue che ha soppresso il dolore della carne e mente. Su quello che berrò assieme alle mie sorelle al disfacimento delle premature stelle.
Soffocarmi d’inerzia e morte. Nella mia testa, non sono altro che una virgola malposta nella definizione di vulnerabiltà.
Cercare la me più piccola e prenderla a calci. Affogare nel plenilunio. Assaggiare la mia stessa vitalità pulsante che si contorce ed in un opale di pistole e polvere esplodere in grembo della luna.
Mi entro dentro fino a che respiro l’immobilità.
Ci sono alberi rossi dai tronchi color sabbia. Un pozzo nero, dalle pietre sgretolate – mi chiama così tanto, da così tanti anni, che l’ombelico mi fa male e sospinto, diventa un cancro da espellere. Di petali e marciume e sudore. Di vanità. Dovessi descrivere di cosa profuma la mia mente, non potrei che dire incensi e fiori selvatici.
Tanto forte da farmi venire la nausea. Un vecchio dolore mai assopito che mi taglia i polsi e li rigetta in pasto alle nuvole che lente oscurano il cielo, i petali fluttuanti nella totalità dello stare fermi.
Ma se sto ferma, non vuol dire che sono morta. E’ la meraviglia dello stare: volo, sento il corpo librarsi per aria e sospendermi dolcemente. Non è la morte, no: è la vita, un velo bianco e morbido che raccoglie i profumi della terra, là, accanto ad un tronco che ha visto la lama abbattersi sulla propria vita: reciso, ora è forse il più vivo di tutti.
Vedo Lei sorridermi e il pianto è talmente pesante che posso vedere la mia faccia contorcersi in milioni di particelle di nostalgie e amori e mani che prudono, assieme ad avambracci di carta, ed il mio cuore è tutto l’inchiostro dei poeti falliti… ogni persona vivente, la sento pungermi profondamente e lasciarmi indelebile qualcosa – ma tutto scompare, è niente, nella melodia immobile, di me che ancora volo e ancora non sono morta…
Mani affusolate e candide si alzano, e l’aria diventa cera calda, ma non abbastanza da bruciarmi.
E lascio indietro tutto il resto.
Il peso d’essere al mondo e del mondo stesso. L’amore, la tristezza. L’idea e il pensiero. Svanisce in un movimento dell’aria: gli alberi si squassano e la loro voce è un eco lento e basso, un brusio che mi fa accapponare la pelle tra flauti ed erba e vento.
Tutto se ne va da me. Sono vuota – ma la mia è una vuotezza ricercata dal pianto dei semi piantati e sbocciati in inverno.
E lei è qui. Eterea come l’idea che ho di lei, e forse è la stessa di anni, millenni fa: per quanto facile si possa pensare, un’idea non cambia, ma si opacizza in un tremolio di emozioni distanti e più è la distanza, più l’amo.
Non vedo il suo volto: mi trancia in due, le sue mani mi ammazzano di amore – è quell’amore sempre sentito e mai svanito, un amore per il quale si vive e muore.
Come prima osservavo me, osservo lei, la ascolto suonarmi come mille corde di violini e campanelli appesi ai rami più alti – non parla, non respira, il suo colore è il bianco divorante e se solo potessi scegliere come morire, sarebbe morire di lei, dal troppo sentimento.
E le dico, volando, “sei una malattia dalla quale mai vorrei guarire”.
La malattia di ricercarsi e reinventarsi e semplicemente guardarsi dentro. Perché questo lei è – e niente mi terrorizza di più.
Lei è la mia vita – e ora si alza, il pianto che mi fa cascare le ciglia una ad una, con le dita sospese nel canto che la mia anima evoca.
Mi bacia. Mi lascio morire. Petali vorticano ed io con loro, crollando, la caduta di tutte le cose. E poi: “Trapiantati in te stessa fino a che non capirai.”
E la musica cessa. Cessa il tremore e il pianto. Restano solo gli alberi, l’erba, il pozzo. Alcune fusa lontane – assieme ad un ululato che fa migrare lontane le nuvole che prima coprivano il sole. Cessa la navigazione del mio spirito in me stessa e mi alzo, e non sento le ossa, non un battito, niente, solo una pace assoluta e le mani doloranti. Perché la poesia è lasciarmi invadere, è guardarmi al di fuori: è l’assopimento di una parte di me, che muore quando non scrivo ed il bisogno è più forte di qualsiasi altra cosa. E’ la pioggia di stelle cadenti in una pulizia dell’anima, che mi abita e la sento scalciare scrivendo.
E’ essere vuota per lasciarmi riempire di vita. E allora – continuo ad osservare… ferma.

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