L’artista minuto Ha capelli rosa 

Fino ai piedi

Che fremono 

Ed una lucky strike tra le labbra 

Assorbe in sé 

I suoni della natura 

senza riuscirne a descriverli 

Fogli, fogli grandi, piccoli,

Tele, 

Tanto è nera e dispersa 

Nella disperazione 

La voglia di dipingere 

Tanto più tutto rimane bianco

Un’altra sigaretta 

Le stelle gli chiudono gli occhi 

Recisi i polsi

Le vene iniziano il loro

Muto iniziare

Allora sente e vede 

Il senso del senso 

Di ogni cosa 

Che è vuoto immobile 

Dinoccolato dentro

Sbuffa una risata tra il fumo

E gli alberi smossi dal vento

Nella foresta che è di nessuno

E ricomincia la ricerca

Di cui dipingere il suo essere 

Poiché egli è solo specchio

Per sé 

Tremenda colpa nella notte 

Tutto tace 

e si lascia dipingere
“Il silenzio, lo vedi? È quella linea sottile che diventa tramonto infuocato; per disegnarlo, è necessario divenirlo”
Mi dice 

Sprofondando 

Senza parole 

E tutti i colori

E i suoni

E la vita, morte 

Al cospetto dell’arte. 

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Dove? Dove sono gli specchi infranti e l’acido da bere ogni sera per crollare, dove? Dove sta giustizia puttana di un mondo che trema? Dove sono gli avvocati partiti andati fuggiti? Dov’è la miserabile speranza che mi si arrampica nelle occhiaie e tira fino a scorticarmi il volto?

Dove. Sta. La mia. Primavera. 
DOVE?

Nientesilenzioniente

Niente niente niente 

Silenzio silenzio silenzio 

Tutto

Si spende

Nella vacuità 

Di un momento apatico

Niente niente niente 

Abbandoni?

Lacrime

Da voi richiamo 

la pioggia

Qui

E là

Dove la tragedia s’inalbera.

Il rispetto è un ceffone a pieno viso

Non lo vedo 

Su chi avevo visto il riso

Per la gioia più bella.

Niente. 

Silenzio. 

spazio/scrivere

Interrompere lo spazio.
È andato partito ha circumnavigato le interiora e danza ora sulla flebile cascata di luce così. 

Semplicemente.
Lo spazio. Senza virgole una scrittura che mi sfascia le cornee e non ascolto che il tic-tic delle dita e sbuffi di silenzi accovacciati sulla rugiada. 
Ma devo scrivere. Non è solo una questione di volere cadere sentire amare piangere divorare consultare. 

Nel mio spazio vitale quello minuscolo indifferente totalmente inappagato lacerato ma vissuto sotto l’idea e visioni di alberi in fiore io scrivo.
Quindi sono. Ci sono, ecco: è un richiamo: sono qui. 

Cado tra peripezie e sconforto; gioie che mi fan crollare addormentata su cuscini vecchi mi rimescolano il sonno a calci e nel mattino mi ritrovo più stanca.
Poi. Lo spazio si sgretola. Non esiste più. Non compare più – è come un velo, sì, un velo di dolcezze che mi mordono le caviglie e vanno su fino alle dita. 

Quindi so che devo. Dire niente. 

Fare tutto. Scrivere tutto. 

Quando scrivo sento il mondo addosso le persone come lumi incandescenti che cercano uno spiffero per entrarmi dentro e piango così tanto che mi si asciuga il tempo.

Mi perdo.

Ma la scrittura è gelosa ed è: io! Tu! Noi!

Questo è. Non è uno sfogo un hobby un piacere una gioia.

È un sintomo necessario: è aria nei polmoni tra polmoni già anneriti. 
Quindi: Ada Negri si racconta, sfioro pagine, lo spazio si estende da miseria che è e poi in un’esplosione le lacrime torrenziali e non ci sono.

Questa è l’unica mia verità: per vivere come sento, non devo esserci; devo esserci percependo la scrittura, che è una responsabilità assoluta della mia anima. 

È nutrimento, avanti, la voce della poesia. Mi dice avanti.

Mi punta come dardo e scocca il cuore in catarsi e fino a quando non riuscirò a scrivere ventotto ore su ventiquattro non sarò mai perennemente viva; quindi è una responsabilità talmente amata da lasciarmi vuota. 

È un amore che lacrima il lamento di tutti gli amori. 

Solo pensieri appartati su minuscoli tronchi in giardini che ho visto in sogno assieme a mia nipote, “la zia ti ama tanto”. 

Solo questo – e scrivere – e lo spazio che arrotola la lingua e di parlare non provo l’urgenza, poiché nulla c’è da dire.

Ho da scrivere un’intera vita di un intero pianeta assorbirvi tutti tagliarvi a pezzi d’amore tenervi con me ogni secondo lezioni fate e il sole ritorna.

Scrivere.

Dello spazio che languendo mi scruta dal suo stesso spazio e non sento la pelle, i capelli sul viso, il mio fidanzato accanto nel letto; solo il pacchetto di sigarette e parole stralciate chissà da dove che sgorgano come ferite mai chiuse e che accendono la notte – ma San di niente.

Solo poesia… A casa

Nipote 

Margherita

È canzone

Una voce

Un momento

Da cui vengo 

Con amore

Percossa

È silenzio

Di una gioia 

Che non ha pari

Margherita tu

Hai il dono dell’essere

Anche nei giardini incantati

Mostrami la gioia tua 

Come ti ho promesso

Ti aspetto 

Ho aspettato

E ho rincontrato 

Nipote mia adorata 

Figlia quasi del mio grembo

ti aspetto 

Ti riconoscerò 

Lasciandomi suonare 

Dalla tua anima 

Nelle fessure dei giorni

Estate autunno inverno primavera 

la mia piange e si dispera 

mia Margherita

Torna 

Quando il pianto cesserà 

Quando quel silenzio

Accumulerà i suoni dei fiori nelle tempeste 

Quando sarai pronta 

Sappi che la mia mano è già tesa

come promesso. 

Sole 

Il sole canta

suoni d’aria calda

travolgono le melodie schiuse 

che trovo

cercando un mutismo 

dell’anima 

che si dibatte
cantando 

tutte le canzoni del cielo.

13 luglio 2012 mentre il sole brucia

Rumori nel cielo, sordi di testamento. Non ci sono luci né parole, soltanto echi sgraziati e acuti, pressati in briciole che sono il pane di molti, per chi ha tutto e vorrebbe niente, per chi possiede tutto e lo scambia con niente. Non ci sono scappatoie nelle tombe delle nuvole. Si sgretolano piano autonomamente. Tutto vetri rotti che collassano a terra, in un esangue silenzio. Le luci, ancora non si vedono. La luna divora i sentimenti degli uomini per poter brillare, la luna è donna, amante e dea. Protettrice dei sognatori e dei tempi antichi – c’è della rugiada che soffia mute rassicurazioni tra i continui rumori del cielo. Voglio scrivere tutto il giorno. La devozione che accresce alcuni battiti, persi nel ricordo che ho di me, morendo ogni volta…Ma delle luci nel cielo ci sono, nonostante il sangue sia veleno, spettro di ogni uomo e nessun uomo, teatri innocenti delle nostre battaglie.

Eppure la luce c’è. E vedo. Edera lucida, su un muro arancio che ritorna alla polvere, e petali di un fiore di cui non rammendo il nome, viola e giallo. 

Polvere di fata, quando è Natale e tutti i sogni si avverano e la presenza dell’amore la si sente nel punto più profondo dell’anima.

Vorrei essere lo specchio in cui guardi le meraviglie della terra,

dartele in dono, se potessi; vorrei darti la vita ancora milioni di volte, morte dopo morte.

Voglio proteggerti, tutto di me vuole proteggerti (proteggervi), tutto di me chiama te.

E sei come luce che conosce il mio nome attirandomi verso di lei con insistenza. Come ossigeno pulito. Come qualcosa che posso sfiorare e toccare, eppure non stringere completamente. Ci sono amori che fanno piangere. Qualcosa per cui vale la pena vivere e morire.

Tu sei tutte le mie risposte, le mie domande, le mie battaglie, il mio conforto, il mio amore, il mio destino, la mia scommessa, la mia strada, la mia anima la ragione della mia intera vita.
Morirei per guardare i vostri occhi.

Per poter abbracciare il vostro respiro

scegliendovi sempre.

Per scrivere

in un istante lento secoli

stretta dai vostri sguardi.
Ancora e ancora e ancora.
Guardo il cielo.

I rumori sono solamente delle risate trattenute a malapena, assieme a sorrisi che mai dimenticherò, e quello per cui vale la pena vivere.
Voglio scrivere tutto il giorno

tutte le notti

fino al giorno della mia morte.
Tutto quello che vedo, ora, è la luna – lo senti mai, il mio cuore che ti parla, mentre il sole brucia?