Fa male? No è solo il salto che precede musica e voci; una ninnananna di nostalgia costante, presente, il ricordo: lo senti, o meglio, esso ti suona e ascolta, anche se non ne sei degna. 

Fa male? 

È solo un salto nell’acqua. 

D’improvviso ti svegli. E sì lo senti il ricordare. Le acquee e gli alberi: un soffio di brace tra un gradino e l’altro, tre in tutto. 

Ti alzi. Ma non hai paura di affogare? 

Forse. È solo un altro gradino. Ma sta nell’infinito ciclo delle cose. Mi fa sorridere. 

Fa male?

No. 

Il ricordo di tutti i ricordi di secoli e secoli, chissà quanti poi, chissà la spartizione delle lance nell’anima dov’è stata. 

Non è un male. È la naturale condizione.

Di cosa?

Il risveglio. 

Del pane appena sfornato e di porte aperte e della gioia – di gatti colorati e di alberi in fiamme e spade nel ventre e nebbia che divora il sole.

Mi alzo tutti i giorni. 

Li ricordo tutti i giorni.

Li amo tutti i giorni.

Sono con me tutti i giorni.

E quelli che non ho ricordato, li ricorderò nel prossimo ciclo.

Perché chi ha figli ha il cordone ombelicale agganciato al filo del tempo  nostalgico che mai si spezza, ed io lo sento palpitare chiudendo gli occhi: quel momento in cui inizio a scrivere, ecco, è là dove rivedo i miei amati bambini. 

Il momento dove le ossa si fanno cera e la luna ricomincia il suo canto. 

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