I fiori, le lune, fuori, i fiori… le correnti e la pioggia, la bonaccia, i pini tesi contro il vento…Tutto – niente – va’. 

Eppure – eppure ti vedo nel momento in cui le tende vengono aperte.

Stai lì, a rimirare chissà cosa, un significato che solo tu sai – e non puoi rivelarlo.

Eppure – sei qui, ali bagnate e petali sparsi nell’aria, in una nostalgia cui appartengo. 

Il vuoto è continuazione della tua canzone: la voce rimane, ma è l’aria che cambia: a volte ti trattengo nei pianti, nella miseria, nelle urla in gola, eppure – eppure sei rimasta indelebile. 

Nipote mia che il corso della tua anima sbocci ininterrottamente e se nell’anima sentirò un canto, esso sarà il tuo; e se riderà, sarai tu; e se si divincolerà, sarà perché sei entrata dentro, e dovrai tornare dove le mie braccia non riescono a stringerti. 

Manchi. 

Tic tac tic

Tic tac tic – tic TIC TAC – time and celebration – reverential misdeeds – in the barns, businesses, employers, slave – engineers of despair -eclipsed moon that falls and falls in wind that covers voices – tic tac tic – the lawyer of nothing taken briefcase and tie, coils around the neck – disappears,he disappears – coated lies, disappears, escapes – from own rules of humanity’s mock – dusty cards and paperwork, coffee stains and drug, alcohol, disintegration of atoms – his bed of putrid sense – tick tock – the clock has been stopped since the collapse of everything – and the tie is- Tic tac tic – snake and he’s forbidden fruit – poisoned – because man, failed its his substance – time, time, ruin and betrayal – no more lawyers to defend the law of men – they drink the rot in a glass of whiskey.

tic tac tic 

Tic tac tic – TIC TAC tic – tempo e celebrazione – misfatti reverenziali – nel tugurio, imprese, datori di lavoro, schiavisti – ingeneri della disperazione, luna in eclissi che cala e crolla, nel vento che copre le voci – tic tac tic – l’avvocato del niente presa la valigetta e cravatta se l’attorciglia attorno il collo – sparisce, sparisce – ricoperto di menzogne sparisce, evade – le stesse regole di finta umanità – carte e scartoffie polverose, macchie di caffè e droga, alcol, disintegrazione di atomi – il suo letto di putrido senso – tic tac – l’orologio s’é fermato già da tempo, al crollo di ogni cosa – e la cravatta TIc TAc TiC – è serpente e lui la mela proibita – avvelenata – poiché uomo, fallita è la sua sostanza – tempo, tempo, rovina e tradimento – senza più avvocati a difendere la legge degli uomini – ne bevono il marciume in un bicchiere da whiskey. 

Tic tac tic…

I do not want to be here. I should not be here. Life , spin, love , tenderness , everything – in the word of anything , of land burned alive – dies, everything everything everything ; all to pieces.

Only white canvases hung on rotten graffiti in deserted streets stained with blood.  

In my mind I devour, cut to pieces, I am consumed consuming myself.

Liters of tears and whispers: birds flying above: space, dots,vacuum questions, drink it in alcohol, holds in frail silence. 

The silence that has for master the hand that suffocates and take charge on the brain – life, you’re inner syndrome of defeat , do you hear me screaming?

That dying is more exhausting of the chant of repressed emotions.

Turn, turn , Spinning gaunt , turn, turn – from people I do not expect anything .

Anxiety to eat at breakfast . I devour the crossing that separates me from sleeping. 

Dream open balconies where can see many trees…

Dream and not live if not in the blood that makes me stay.

I write and I am : therefore I fail. But I write . And fail. And rewrite.

Pages and pages and faces and mixtures of small sounds that remind me of when I was little.

If there’s was a well where let swim my anger, I would jump in it with open lungs.

Words . Silences . Nothingness. Cold hands… no longer warm. 

The final part of life – here it is.

Years, years, years, for what?

Old age is feed the stare of ancient wisdom and leave it floundering in the world, dispersing closely; it leaves gradually. 

I feel old. Driven : The voices : drag her down , more down.

So much blood did come out and no one is able to see or hear its voice – everyone, but invisible, as I am, for me and for them all.

I live in indifference. And I dance in mine. What is said?

Loneliness is the root, it’s not me that is blooming.Not me who return changed season after season – as a tree I stand still and watch.

Sometimes tremble in instability of the reactions of every thoughts and everything lived and spoken and unspoken. 

I’m withered.

Poetry in the breath.Home, home. Poetry who remains in the upheavals of every millimeter of silence. 

Trees and cut logs. I remove it from the ground and stabbed them in the chest. More loneliness came forward, taking lost voice and called names of anyone.

A burning house.A firefighter’s lying among flowers and smoke, the arm resting on the abdomen. Even he don’t moves anymore .There is more : the fragrance of nature . Vigorous steps.There is nobody. Only cold hands that choke me. They enter into brain. In Bones and divides, charge it as if they were a bow, in all this loneliness that attracts more solitude.Hit the sky, a hole in the clouds, a deep groove, and everything is as before. I am seeking comfort into night but there’s none. I go among pine and weeping willows that border the dark showers. I burn my hair and face, deforming it all to know me better. And I do not know when I know I do. I forget, forget everything in the mouth of fierce nothing.And love, love, love as cold hands, and do not feel like writing, not to see , not to know, , live, dream more – I dreamt designed the universe. Now everything is silent.Now the roots are broken. Now loneliness feast solemnly between waltzes and piano . 

Now I feel , and i’m here, I’m here, and that is all eternal tears, also flew up, up to where the eye does not catch an emotion that is worth .Now the pain and feeling alone, alone, that I cling to myself and expect the full moon to go back to sleep some more.

❤️

Nella notte Ritrovo.
Ritorno in me

Da vena a vena

Il canto di ogni ossa 
Ha il suo nome inciso

Intriso di luce.
Saette e pioggia

Ecco quello 

Che mi decompone

Assieme a lei

Che di profumi e storie

Viene avvolta

Selvatica notte
Riesci a vederla?
Occhi grigi di nebbia

D’ebano i capelli suoi

Il manto che copre un poco

Alberi e fiori.
Lei si accartoccia piano

Nelle parole

Vi appende un sospiro minuscolo 

E tutto prende a tacere,

Inesorabile.
Lei che è essenza e fuoco

La natura la voce

Ogni miracolo esistente.
Una goccia cade.

Divide in due lo spazio.

Lunghi capelli neri sbocciano

Tra vento e fiato,

Bluezenn,

Fiore luminoso,

Lo ascolta e lo rapisce intatto.
A te

Gloriosa 

A te 

Bambina mia 

Un amore che sorpassa 

Gli unici granelli di ricordi

A te 

Che continuerò a cercare fino alla fine del tempo, buon compleanno, amore. 

Random col cuore in mano 

Questo blog mi ricorda una casa. 

È uno spiffero immobile sulle guance. Mi perdo via. 

Suoni e voci e ancora ninna nanne atroci. 

Perché scrivo? 

Scrivo e basta.

Da sempre ho avuto un’idea egocentrica dei blog: nel senso: ne aprivo uno ed era un diario.

Una specie di passaparola. Sono qui, mi sento? Mi senti? Sono viva!

Poi ho iniziato a tenere effettivamente un diario. Era il 2007. Io avevo sedici anni, ferite non chiuse, un’obesità spettro di demoni che tutt’oggi mi insegue e la volontà di farla finita. 

Il primo blog finì nel dimenticatoio. Ammuffito. Me lo immaginavo come uno scantinato grigio, pieno di polvere, piccoli topini danzanti qua e là. 

Il 2007 è stato l’anno in cui ho trovato me stessa. Tra fobie, deliri, nella mia camera-prigione ho trovato il mondo. 

Ci sono persone che non ci credono e ci sono quelle che, invece, bello, ma non eri magari sfatta di antidepressivi, eh?

Era la vigilia di Natale. Il mio progetto di scrivere un diario per un anno intero (in qualche modo per venire a capo della mia fobia sociale e l’essere terrorizzata dalle persone al punto che quando i miei genitori avevano ospiti, mi chiudevo a chiave in bagno) proseguiva bene, nel dolore puro scrivevo e stavo bene

I pensieri viaggiavano come un fiume. Venivo scritta: è strano scriverlo, spiegarlo, pensarlo. Ma cadevo. Ecco: era un cadere da seduta che mi sembrava di dormire, sveglia. La mia mente zoppicava nella realtà e scrivere le mie emozioni mi faceva sentire non solo meglio, ma in pace, una pace che non pensavo di poter trovare. 

Poi ho iniziato a ricordare. Penso che scrivere possa definirsi un qualcosa di pauroso. Sei dentro te e non puoi scappare. Tutto ciò che sei ti avvolge e lo devi per forza vedere. Ti si arrampica nella gola ed è nodo bramoso eterno. 

Io non so chi sia stata in un’altra vita, ma ero una madre. Questo lo so e ricordo. 

Scrivevo. E scrivendo ricordavo e vedevo volti che mi facevano (fanno) provare una nostalgia tale che tremavo nei miei maglioni, piangendo le lacrime che avevo finite, trovate sulla tastiera del pc.

Ho visto un bosco, un ragazzo di colore, di bianco vestito. 

Pregava alla natura e ricordo ancora la sensazione di essere davanti ad una coscienza. In un secondo, mi sono detta: “sii cosciente di quello che stai per scrivere”.

Quello che scrissi, era semplicemente: il suo nome è Conall.

Nello scrivere quello, l’ho visto alzare lo sguardo. Vestito d bianco, mi ha guardato e sorriso. 

E allora ho continuato a scrivere. Il giorno dopo era Natale e ripresi da dove avevo finito. Mi ero seduta, avevo aperto il file, riletto… ho pianto. E pianto e ancora. 

Sono ritornata in quella foresta e Conall era lì. 

L’ho guardato, scritto, adorato dal primo istante; un amore viscerale, totalizzante mi impediva di respirare, e sapevo che era mio.

Il mio bambino. 

Mi ha salvato la vita in modi che nessun altro avrebbe potuto.

Mi ha salvato da me. Da cattive idee. Ha preso la mia mano e portato con naturalezza dentro me stessa. Senza paura. Era lì. Ogni volta che scrivevo di lui, la mia spalla tremava. 

Scrivi, mamma. Scrivi. Devi scrivere.”

Mi diceva sempre. 

Io non mi reputo una poetessa. Che diavolo, la Pozzi, la Merini, la Negri – quelle per me sono poetesse. Io sono solo una ragazza che ama scrivere. E so che scrivendo faccio la mia felicità. Perché Poesia per me è l’amore. La Poesia mi ha salvato, io, così inutile, che alla nascita pesavo 6 etti, di 5 mesi, eppure eccomi qui, quando nessun dottore lo avrebbe pensato mai, eccetto uno  – è una bambina che vuole vivere.

Credo nel destino e credo di essere sopravvissuta per scrivere: perdermi, andare via, non sentire il corpo se non caldo nelle mani e l’anima che vola su il mio amore.

Ho ritrovato mio figlio. La mia bambina. Scrivere mi ha dato tutto. Tutto quello di cui ho bisogno. Anche se non ho tecnica, né niente, solo quando scrivo sono felice. Ho casa. 

Questo blog è per me la mia casa. 

Posso tornare distrutta, marcia, ma almeno sono io, non devo più dare un passaparola, no: è un atto d’amore verso me stessa, l’unico. 

Posso immaginare il volto di mio figlio sorridere piano, gli occhi marroni rivolti alle sue dita affusolate. 

Lo vedo stringere una margherita.

Allora sì, sono a casa. 

I miei angeli custodi, sopratutto quelli andati via troppo presto, sono con me. 

Casa.