Questo blog mi ricorda una casa. 

È uno spiffero immobile sulle guance. Mi perdo via. 

Suoni e voci e ancora ninna nanne atroci. 

Perché scrivo? 

Scrivo e basta.

Da sempre ho avuto un’idea egocentrica dei blog: nel senso: ne aprivo uno ed era un diario.

Una specie di passaparola. Sono qui, mi sento? Mi senti? Sono viva!

Poi ho iniziato a tenere effettivamente un diario. Era il 2007. Io avevo sedici anni, ferite non chiuse, un’obesità spettro di demoni che tutt’oggi mi insegue e la volontà di farla finita. 

Il primo blog finì nel dimenticatoio. Ammuffito. Me lo immaginavo come uno scantinato grigio, pieno di polvere, piccoli topini danzanti qua e là. 

Il 2007 è stato l’anno in cui ho trovato me stessa. Tra fobie, deliri, nella mia camera-prigione ho trovato il mondo. 

Ci sono persone che non ci credono e ci sono quelle che, invece, bello, ma non eri magari sfatta di antidepressivi, eh?

Era la vigilia di Natale. Il mio progetto di scrivere un diario per un anno intero (in qualche modo per venire a capo della mia fobia sociale e l’essere terrorizzata dalle persone al punto che quando i miei genitori avevano ospiti, mi chiudevo a chiave in bagno) proseguiva bene, nel dolore puro scrivevo e stavo bene

I pensieri viaggiavano come un fiume. Venivo scritta: è strano scriverlo, spiegarlo, pensarlo. Ma cadevo. Ecco: era un cadere da seduta che mi sembrava di dormire, sveglia. La mia mente zoppicava nella realtà e scrivere le mie emozioni mi faceva sentire non solo meglio, ma in pace, una pace che non pensavo di poter trovare. 

Poi ho iniziato a ricordare. Penso che scrivere possa definirsi un qualcosa di pauroso. Sei dentro te e non puoi scappare. Tutto ciò che sei ti avvolge e lo devi per forza vedere. Ti si arrampica nella gola ed è nodo bramoso eterno. 

Io non so chi sia stata in un’altra vita, ma ero una madre. Questo lo so e ricordo. 

Scrivevo. E scrivendo ricordavo e vedevo volti che mi facevano (fanno) provare una nostalgia tale che tremavo nei miei maglioni, piangendo le lacrime che avevo finite, trovate sulla tastiera del pc.

Ho visto un bosco, un ragazzo di colore, di bianco vestito. 

Pregava alla natura e ricordo ancora la sensazione di essere davanti ad una coscienza. In un secondo, mi sono detta: “sii cosciente di quello che stai per scrivere”.

Quello che scrissi, era semplicemente: il suo nome è Conall.

Nello scrivere quello, l’ho visto alzare lo sguardo. Vestito d bianco, mi ha guardato e sorriso. 

E allora ho continuato a scrivere. Il giorno dopo era Natale e ripresi da dove avevo finito. Mi ero seduta, avevo aperto il file, riletto… ho pianto. E pianto e ancora. 

Sono ritornata in quella foresta e Conall era lì. 

L’ho guardato, scritto, adorato dal primo istante; un amore viscerale, totalizzante mi impediva di respirare, e sapevo che era mio.

Il mio bambino. 

Mi ha salvato la vita in modi che nessun altro avrebbe potuto.

Mi ha salvato da me. Da cattive idee. Ha preso la mia mano e portato con naturalezza dentro me stessa. Senza paura. Era lì. Ogni volta che scrivevo di lui, la mia spalla tremava. 

Scrivi, mamma. Scrivi. Devi scrivere.”

Mi diceva sempre. 

Io non mi reputo una poetessa. Che diavolo, la Pozzi, la Merini, la Negri – quelle per me sono poetesse. Io sono solo una ragazza che ama scrivere. E so che scrivendo faccio la mia felicità. Perché Poesia per me è l’amore. La Poesia mi ha salvato, io, così inutile, che alla nascita pesavo 6 etti, di 5 mesi, eppure eccomi qui, quando nessun dottore lo avrebbe pensato mai, eccetto uno  – è una bambina che vuole vivere.

Credo nel destino e credo di essere sopravvissuta per scrivere: perdermi, andare via, non sentire il corpo se non caldo nelle mani e l’anima che vola su il mio amore.

Ho ritrovato mio figlio. La mia bambina. Scrivere mi ha dato tutto. Tutto quello di cui ho bisogno. Anche se non ho tecnica, né niente, solo quando scrivo sono felice. Ho casa. 

Questo blog è per me la mia casa. 

Posso tornare distrutta, marcia, ma almeno sono io, non devo più dare un passaparola, no: è un atto d’amore verso me stessa, l’unico. 

Posso immaginare il volto di mio figlio sorridere piano, gli occhi marroni rivolti alle sue dita affusolate. 

Lo vedo stringere una margherita.

Allora sì, sono a casa. 

I miei angeli custodi, sopratutto quelli andati via troppo presto, sono con me. 

Casa. 

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5 pensieri su “Random col cuore in mano 

  1. e ogni casa è fatta per raccogliergli, prendersi cura di se in silenzio, ed essere pronta ad aprire la porta e immergersi nel mondo, nel cosmo, ‘di tatto’, oltre la tastiera. Un saluto e un pensiero di lampo…

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