Il cielo si apre per metracce di suoni vaganti

sparpagliati dove niente

arriva o viene.

Nuvole, ciuffi di sera,

apro il palmo che suda

trema e s’impenna di respiro

e pioggia truce mi sfonda.

Sono sola: vi è in me un silenzio

che affonda e geme il proprio pianto.

Ne farò casette per uccellini.

Richiuso il caos si farà primavera.

Sogno arcobaleni. 

Vieni,

lascia tremare 

tutto 

così poi

hai più niente 

da far tacere.

C’era una volta 

C’era una volta una sinfonia che partiva dalla luna. Un bel giorno pioggia si fratturò una ciglia e piovve tutto l’anno.

Fiori cantavano e danzavano nelle stagioni. Nei pendii lunari s’ascoltava e beveva latte e miele. Bambini correvano e ringraziavano la notte.

Dopo un anno esatto la sinfonia finì e il nuovo giorno prese piede, come un pirata – saccheggiando nuove terre – nelle nuove onde di luce lunare, fresche e pulite.

Il sole, da lontano, sorrise alzandosi le maniche. 

Terra

Questa terra echeggia 
di flauti e musiche antiche

dove le piante s’innalzano

verso la Madre

ed io 

io briciola io semino minuscolo

mi nutro di petali

questa terra colle proprie

sembianze ha udito

l’impercettibile sbuffo

di questi antichi tormenti.

E mi dicono: va’ nei venti. 

Mi dico

Mi dico, verrà anche per me il tempo – delle canzoni felici e fiori sul tavolo della cucina a profumare ogni piccolo angolo, incorniciato di pura splendente lacrima d’un emozione violenta.Mi dico, verrà, sì – ora, mai, tra anni o mesi – intanto sto.

Vedete? 

Rimango qui. Come cenere su lenzuola candide. Scribacchio – d’altronde, l’estensione della mano mi porta sulle nuvole e sulle cime degli alberi e nei terreni delle colline ricoperte di acqua e fiori – ascolto.

I vostri passi sono così pesanti da spappolarmi i polmoni; voi, voi, sempre voi!

Uscite – andare, correre, seminare – uscite da me ché io tanto sto qui, murata viva, innalzata dove voi nemmeno immaginate, pupazzetti mentali, mani viscide a tracciarmi la fronte mentre dormo, voi – voi che non capite la canzone che la terra implora gutturalmente.

Io sento e vedo e piango e ululo e nessuno mai sentirà il miraggio del mio domandare.

Sono caduta nel sole. Mi sono scottata. Ho visto le mie carni aprirsi e scrivere tra ossa e sangue e fiato e voi non eravate là – ma qui, chissà dove, nessuna parte, dovunque, via, oltre ogni soglia.

Io sono. Sono stata. Sarò la voce di chi penserò io sia.

E lascerò il torrente lambirmi. 

Scorgo un senso sognante 
sicuro porto d’ogni bocca

andato a baciare il tremore

sospinto dal vento d’ogni cosa.

Mi siedo su un sogno

attendo di vederlo morire 

il sole ad aprirmi in due il petto.

Ma niente va’ e tutto sgorga:

Ecco il sangue di ieri

che urla e danza domani.