Casa

a casa 

dove si cercano parole semplici

casa dove è facile ascoltarmi,

perdonarmi e ritrovarmi,

casa che accoglie 

atomi e tempeste

sempre diverse 

casa che sgombera e smuove

centri e spigoli

casa che ritorna in me

parole

lente.

lascio scorrere tempo

per produrmi. 

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quando il sole
scoccato da briciole

di minuti

si conficca tra i rami

il mio giardino canta.

ed io – io, radice minuscola,

spezzata – conto fino a dieci

prima di osar guardare 

la bellezza semplice 

dei fiori piantati da mio padre

abbracciati alla luce.

piango: mi senti?

ho in me il crudele vociare 

d’un orologio fermo 

che conta nonostante tutto

singulti e travagli

nel polso della notte.

aspetto sera scrivendo

scribacchiando coi palmi

sull’erba poesie minuscole 

haiku insensati

li strappo e chiedo perdono

mi senti?

chiedo perdono per una vita

ché vita abbagliata di dolcezza

non fa per me.

ciondolo scossa sotto

la cascata del mio glicine:

io sono qui per rischiarmi il cuore,

e l’anima, la passione e la morte.

sono un fiore – mi ha detto qualcuno – invece no:

no.

io sono ciò che voi, scalcianti dentro di me, non ascoltate.

sono una crepa d’un momento.

e sarò ricordo teso, “ah lei; quella della luna ed i fiori”.

chino il capo, saluto il sole, 

trovando riparo nel mantello

di silenzio.