che ne sapete del tempo 
delle visioni e deliri

che ne sapete di vedere

alberi vivi e morenti

implorando un tocco

gentile 

voi, io, voi

che ne sappiamo

ora la barca va’

verso una nebbia 

e nell’aria s’espande

una preghiera antica

come la Terra

Madre di ognuno:

nel canto degli uccellini

che non vedo

tamburi e vetri spaccati

ascolto: il niente: chi sei?

Cosa vuoi?

Cantami! Cantami! Cantami!

Terra!

O fottuto senso dei sensi di senso senza senso!

Cantami!

Mi fermo e fermo e arrotolo

sul legno ed acquee 

e sono io

sempre io

solo io

a morire d’amore

che è ciondolo atrocemente

leggero al collo del vento, perfino.

O terra, lasciati cantare…

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Sostare 

sosta il sole
su una suscettibilità 

in attesa del bacio

tra commozione e smarrimento.

appoggio i gomiti sul tavolo 

di tutti i pensieri persi negli anni

e timidamente lascio la mano:

parole che escono dai polpastrelli 

danzano da élite: 

inspiro ed espiro sogni.

Poesia storta 

Questa poesia storta
scritta da mani storte 

e giornate storte 

non ha rime né collassi

se ne sta acciambellata 

dentro di me

tentando di raddrizzare schiena 

e colori.

Questa poesia o vita mia

sgorga storta da cunicoli

di pensieri incastrati

vanno e vengono e ritornano

senza lasciare mai

eppur andati via prima.

Vigilia storta di un seme 

piccino piccino 

che chiede soltanto il sole. 

Ora dimmi a che serve la parolase non a venirti incontro?

proprio ora che la luce scende

e piccola si fa tramutandosi

in silenzio?

dimmi: la tua paura più grande 

qual è?

la mia sei tu, eppure scrivo; ti scrivo immaginandomi scostata un poco, che è tre passi indietro.

eppure è proprio per questo

che scrivo credo.

non vedi, come la parola sia contatto e tatto al contempo?

t’ho teso la mano: 

tu ora sorridi, persona.