Mi scosto lo scialle di freddo.
Divento ore. Mi perdo in niente da niente e genero niente.
Un secondo in uno schiaffo di eterna diatriba allo specchio.
Vengo suonata dalle auto che scivolano sull’asfalto. Vanno e vengono come lingue di fuoco. Quell’andare lì – quel fluido, costante scossone – mi è paralizzato dentro.
Circola il suono. Divento altro.
Mi perdo sempre per una manciata di parole.
La lingua sul palato e si stravolge il mio nome: perde, come perdo anche io.
Perfino la parola più insignificante mi percuote. Ridotta ai minimi termini, vedo il cielo tagliarsi e il sangue saltarmi in gola, come se io fossi un suo prolungamento.
Il sangue che cola è l’eccessiva rievocazione d’amore.
La scrittura – per quella che è, per quella che sono io – è il salto nel buio che schiocca al pari dei polmoni. Mi si rivoltano. Zampillano colore. Dolore atroce.
Divorante.
Una catena infinita di sussurri non più annoiati, ma precisi e ineluttabili. Piantano spine e le scrutano sbocciare stringendosi del suono che ero.
Sparisco: si cristallizza la morte dandomi il braccio.

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